Le donne continuano a percepire retribuzioni significativamente più basse di quelle degli uomini. Il divario è già evidente al primo impiego e affonda le radici nelle scelte degli indirizzi di studio, compiute ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.
Un divario già ampio a un anno dalla laurea
In Italia i divari salariali di genere restano ampi e persistenti, anche quando si considerano lavoratrici e lavoratori con caratteristiche simili. Dietro un gender pay gap orario relativamente contenuto si nascondono forti differenze nei salari annuali, legate a carriere discontinue, part-time e segregazione occupazionale. Né la crescita dell’occupazione femminile avvenuta negli ultimi decenni, né gli interventi normativi sono finora riusciti a colmare queste disuguaglianze, che emergono già all’ingresso nel mercato del lavoro e crescono nel corso della carriera successiva (si veda il rapporto della Banca d’Italia, “Le donne, il lavoro e la crescita economica”).
Un recente studio utilizza un nuovo dataset che integra informazioni amministrative sulle carriere universitarie, sulle retribuzioni e sulle caratteristiche dei rapporti di lavoro e dei datori di lavoro per tutti i laureati italiani tra il 2011 e il 2018, per analizzare i divari retributivi di genere all’inizio del loro percorso professionale.
Ne risulta che, già a un anno dalla laurea, le donne guadagnano in media il 21 per cento in meno degli uomini; a cinque anni, il divario raggiunge il 25 per cento. Si tratta di differenze che emergono in una fase in cui maternità e interruzioni di carriera non hanno ancora avuto un ruolo sistematico. Il divario, dunque, precede gli eventi più spesso richiamati per spiegarlo (si veda per esempio qui e qui).
Il peso delle scelte di studio
Secondo i risultati dello studio, le differenze di genere nella scelta dei corsi di studio all’università rappresentano la principale determinante dei divari retributivi all’ingresso nel mercato del lavoro.
Pur costituendo quasi il 60 per cento dei laureati, le donne sono solo il 28 per cento tra i laureati in ingegneria e Ict, mentre sono nettamente prevalenti nei corsi di scienze della formazione e nelle aree umanistiche (figura 1).
Queste scelte hanno implicazioni rilevanti sul piano salariale. I corsi Stem (Science, Technology, Engineering, and Mathematics) e alcune discipline economico-giuridiche sono associati a retribuzioni mediamente più elevate; al contrario, i percorsi più frequentemente scelti dalle ragazze tendono a offrire sbocchi professionali meno remunerativi (figura 2a). Il differenziale nel rendimento atteso del corso di studi scelto è particolarmente ampio tra gli studenti con voti di diploma più alti (figura 2b), perché le ragazze – soprattutto quelle con i risultati più brillanti alla scuola secondaria superiore – sono meno propense a iscriversi ai corsi di studio tecnico-scientifici.
Figura 2 – Rendimenti potenziali dei corsi di studio universitari scelti da ragazze e ragazzi
I risultati del nostro lavoro indicano che le differenze nella scelta dei corsi di studio universitari spiegano, da sole, circa il 50 per cento del divario salariale tra uomini e donne all’inizio della carriera lavorativa. Altri fattori – come la mobilità territoriale o l’ateneo frequentato – hanno un peso molto più contenuto, inferiore al 5 per cento. La performance accademica, anzi, predirebbe un differenziale a favore delle donne, che conseguono in media voti più elevati degli uomini in quasi tutti gli ambiti disciplinari.
Il mercato del lavoro amplifica differenze preesistenti
Le scelte di studio, tuttavia, non spiegano l’intero divario salariale all’ingresso nel mercato del lavoro. Differenze di genere, sebbene di minore entità, appaiono anche comparando laureate e laureati dello stesso corso di studi poiché le donne tendono a lavorare più spesso in imprese di minori dimensioni, con una produttività più bassa e più vicine al luogo d’origine, e hanno una maggiore probabilità di essere assunte con contratti part-time o temporanei. Queste caratteristiche spiegano circa un ulteriore 20 per cento del divario di genere nei salari giornalieri d’ingresso.
Infine, il restante 30 per cento del divario salariale rimane non spiegato dalle caratteristiche osservabili delle scelte universitarie e del rapporto o datore di lavoro: può riflettere differenze di genere nella propensione a fare ore di straordinario o a negoziare il proprio salario, nelle aspettative di carriera, ma anche l’influenza di stereotipi di genere o comportamenti discriminatori da parte dei datori di lavoro. Dallo studio emerge che le donne scelgono con maggiore probabilità i corsi di studi in cui questa componente “non spiegata” del divario salariale di genere è più contenuta (figura 3), preferendo percorsi in cui i guadagni futuri dipendono maggiormente da caratteristiche osservabili – come il tipo di contratto o l’impresa di impiego.
Preferenze, stereotipi o vincoli?
La conclusione è chiara: per ridurre i divari salariali occorre intervenire prima dell’ingresso nel mercato del lavoro, nel momento in cui si definiscono le scelte di istruzione, con politiche mirate che incidano sugli indirizzi di studio prima che queste si traducano in differenze di carriera.
La ricerca in materia concorda nel ritenere che le differenze di genere nella scelta dei corsi di studio universitari riflettano in larga misura preferenze individuali. Tuttavia, mostra anche che non sono preferenze innate e immutabili: si formano all’interno di un contesto familiare, scolastico e sociale che contribuisce a plasmare aspettative, stereotipi e norme culturali.
Gli interventi più promettenti in questo senso includono (i) la promozione di modelli di ruolo che propongono figure femminili in ambiti professionali diversi da quelli tradizionali (come avviene con le quote di genere oppure con specifici percorsi di orientamento nelle scuole) e (ii) le iniziative volte ad accrescere la consapevolezza delle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro e degli stereotipi (spesso anche inconsci) che le determinano. Rendere visibili opportunità e rendimenti dei diversi percorsi può contribuire a ridurre l’influenza degli stereotipi e ad ampliare l’insieme delle scelte effettivamente percepite come accessibili dalle ragazze.
*Le opinioni espresse sono degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell’Istituzione di appartenenza.
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