Cosa ha salvato i conti pubblici italiani

La svalutazione implicita del debito legata all’inflazione ha compensato gli effetti negativi dei bonus edilizi, portando a una stabilizzazione dei conti pubblici. Ma si è persa l’occasione per una riduzione strutturale dal sovraindebitamento.

Rientro dal debito, ma meno di altri paesi

Negli ultimi anni la stabilità dei conti pubblici italiani ha sorpreso analisti e osservatori, soprattutto alla luce dell’impatto straordinario dei bonus edilizi introdotti durante la pandemia dal governo Conte II. Il Superbonus e il bonus facciate, caratterizzati da elevata generosità e dalla piena cedibilità dei crediti d’imposta che li hanno resi strumenti sostanzialmente liquidi, hanno generato una quantità di crediti straordinaria. A consuntivo, la Banca d’Italia stima un impatto complessivo fino al 2023 pari a circa 170 miliardi di euro, ossia circa 3 punti percentuali di Pil per ciascun anno dal 2021. Data la dimensione e la dinamica crescente dei crediti maturati, molti temevano una vera e propria esplosione della spesa negli anni successivi, con conseguente instabilità dei conti a partire dal 2023.

Contrariamente alle attese, dal 2023 il deficit ha iniziato a ridursi in modo relativamente rapido e i mercati finanziari hanno mostrato un rinnovato grado di fiducia. Lo spread sui titoli decennali italiani si è progressivamente contratto e, dall’inizio del 2025, i rendimenti risultano allineati alla media europea. 

Il miglioramento non può essere spiegato solo con l’intervento della Banca centrale europea durante la pandemia, ma segnala la percezione di maggiore stabilità finanziaria. Tuttavia, il rientro del deficit italiano è avvenuto con circa due anni di ritardo rispetto ad altri paesi. Nel confronto internazionale, tutti i paesi ad alto debito hanno registrato una riduzione del rapporto debito/Pil dopo il 2020, ma l’Italia in misura molto più contenuta rispetto alla Grecia (che lo ha ridotto di circa 50 punti) e alla Spagna. Ciò suggerisce l’esistenza di fattori comuni tra questi paesi – l’inflazione con alto debito – ma anche di elementi specifici che hanno limitato il risanamento italiano (i bonus edilizi).

Quanto ha inciso l’inflazione

Una spiegazione popolare della salute dei conti pubblici è che il fiscal drag, legato all’inflazione, abbia generato entrate aggiuntive automatiche. Pur rilevante, stimato da 12 a 25 miliardi secondo definizioni diverse, non appare di dimensioni comparabili all’enorme spesa per bonus, anche perché in parte consistente compensato tramite interventi fiscali nelle leggi di bilancio. Analogamente l’effetto moltiplicativo dei bonus sulla crescita reale (e quindi sulle imposte) secondo le stime disponibili è inferiore all’unità. Il fattore decisivo deve essere la fiammata inflazionistica del biennio 2022-2023, con un’inflazione cumulata superiore al 14 per cento, ma non solo attraverso il fiscal drag.

Leggi anche:  Restano le debolezze della difesa europea*

Le modalità di uscita da situazioni di sovraindebitamento secondo l’eminente storico Niall Ferguson sono le seguenti: avanzi primari consistenti, forte crescita della produttività, ripudio del debito, conversione o consolidamento forzoso e inflazione inattesa. Quest’ultima è politicamente meno onerosa, poiché meno percepita e non formalmente riconducibile a un atto discrezionale di politica fiscale. L’inflazione inattesa riduce il valore reale del debito sia direttamente, attraverso tassi di interesse reali negativi, sia indirettamente tramite effetti automatici su entrate e spesa. L’episodio inflazionistico del 2022-2023 quindi è ideale per spiegare una riduzione del debito. 

Ovviamente questo tipo di aggiustamento funziona solo se le poste di spesa, in particolare gli interessi, non sono indicizzate in maniera significativa. E questo è sicuramente il caso degli interessi sul debito pubblico e degli stipendi dei dipendenti pubblici in Italia nel 2022. 

Nel biennio 2022-2023 i tassi nominali sono cresciuti, ma sono rimasti ben al di sotto dell’inflazione, generando tassi reali fortemente negativi (fino a -6 per cento). Ciò ha prodotto una rilevante svalutazione implicita del debito pubblico. Utilizzando come benchmark il tasso reale medio 2002-2021 (2,1 per cento), è possibile stimare quale sarebbe stato l’onere per interessi se lo stato avesse pagato un rendimento reale analogo durante lo shock inflazionistico. Il confronto tra interessi teorici e interessi effettivi porta a una stima di risparmio nell’ordine di circa 350 miliardi nei due anni. Pur trattandosi di un esercizio controfattuale che incorpora molte variabili (struttura delle scadenze, reazione della Bce, condizioni di mercato), l’elemento determinante rimane l’inflazione inattesa non internalizzata nei rendimenti.

Il costo del lavoro nella pubblica amministrazione

Un secondo canale importante riguarda la dinamica del costo del lavoro pubblico. Tra il 2021 e il 2023 gli occupati nella pubblica amministrazione aumentano in valore assoluto. Il costo complessivo del lavoro cresce nominalmente (da 172 a 183 miliardi), ma scende significativamente in rapporto al Pil – dal 9,36 all’8,59 per cento – grazie alla forte espansione del denominatore trainata dall’inflazione. I rinnovi contrattuali non hanno recuperato l’aumento dei prezzi, determinando una compressione dei salari reali.

È possibile calcolare l’effetto di risparmio sui salari pubblici con i dati sui conti della Pa della Ragioneria generale dello stato. Depurando la spesa dall’effetto dei nuovi assunti suddivisi per comparto e ipotizzando un pieno adeguamento all’inflazione della forza lavoro assunta al 2021 (8,1 per cento nel 2022 e 5,6 per cento nel 2023), è possibile stimare un costo totale del lavoro pubblico in caso di recupero nominale pieno. E a valle, per differenza, stimare un risparmio implicito di circa 6,8 miliardi nel 2022 e 16,8 miliardi nel 2023, per un totale di circa 24 miliardi nel biennio, con un probabile aumento nel 2024 (non ci sono ancora i dati). Un fenomeno analogo ha riguardato la spesa pensionistica, che pesa ancor più sui conti pubblici, pur in presenza di meccanismi di indicizzazione parziale.

Leggi anche:  Il Mes per la difesa tra opportunità e rischi

Nel complesso, è stata soprattutto la svalutazione implicita del debito e secondariamente il mancato pieno adeguamento di salari pubblici e pensioni a più che compensare l’onere dei bonus edilizi, neutralizzandone l’effetto potenzialmente destabilizzante. Tuttavia, la dinamica ha prodotto una rilevante redistribuzione: la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, in particolare pubblici, ha finanziato indirettamente trasferimenti verso il settore edilizio e i proprietari immobiliari. L’inflazione avrebbe potuto consentire una significativa riduzione strutturale del debito, come avvenuto in Grecia. Da noi ha invece determinato soprattutto una stabilizzazione temporanea, poiché il “dividendo inflazionistico” è stato in larga parte assorbito dal costo dei bonus.

Al governo Meloni va riconosciuta una gestione prudente degli spazi di bilancio generati dall’inflazione, evitando un utilizzo opportunistico del “tesoretto” e contribuendo alla riduzione dello spread e alla ulteriore stabilizzazione finanziaria. Tuttavia, non risultano affrontate le distorsioni strutturali nella composizione del bilancio pubblico. La stabilità conseguita appare dunque legata prevalentemente a fattori straordinari e transitori, in particolare allo shock inflazionistico, più che a un vero percorso di consolidamento strutturale. È stata mancata un’occasione storica per ridurre in modo significativo il debito pubblico italiano e uscire dalla situazione perenne di sovraindebitamento, che non ci consentirà probabilmente di affrontare le terribili sfide all’orizzonte.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Il Mes per la difesa tra opportunità e rischi

Precedente

Diplomazia delle risorse nell’accordo Ue-Australia

Successivo

Il Punto

  1. Gentile Autore,
    l’85-90% degli EUR esistenti sono creati da prestiti bancari privati col meccanismo della riserva frazionaria, che per il noto principio moltiplicatore dei depositi (il prestito a qualcuno finisce su un altro C/C ovvero in cassa ad una banca) si traduce in UE in una leva 100× sul denaro, in USA che dal 2020 non han proprio più limite le banche possono prestare qualsiasi somma creando il 100% degli USD prestati, fan si che il “debito pubblico”, in effetti sinonimo di denaro a corso legale vs moneta scritturale bancaria, sia senza importanza.

    La sostenibilità del debito non esiste, si può semplicemente cancellare insieme alla cleptocrazia bancaria che ci ha già regalato gli -ismi del ‘900 e due guerre mondiali e mezza (per ora). Al contrario il new deal, necessario per economia, prima che per ecologia, sarebbe la perfetta occasione di salvezza delle ricchezze degli Europei, deurbanizzando grazie al telelavoro e così costruendo case e capannoni classe A, perché il new deal questo impone, come impone la fine economica del “grande nord”, UK, Paesi Bassi, Danimarca e pure Germania in primis per citare qualche pezzo da 90.

    Se facciamo ciò realizziamo il distributismo, l’UE e l’EEU arriveranno unirsi mentre gli UKUSA si schiantano con la Cina loro omologa politicamente/ideologicamente parlando, se non lo facciamo arriviamo all’ennesima guerra mondiale dove però la Germania nazista siamo noi. E come questa finiamo. Tutto per salvare 4 cleptocrati decotti che han scelto di fermar la storia, ben sapendo che questa mai s’è fermata. Ben venga quindi un 110% che imponga la classe A, per immobili localmente non a rischio idrogeologico, con imposizione di telelavoro per aver uno sviluppo digitale sano, di FLOSS per esser davvero sovrani e IMPARARE l’IT che serve nella civiltà del presente, a partire dall’università dove tanti professori sostengono anche che “ah, ma se c’è la teoria in 4 click i giovani san far tutto” mentre l’UE annega per la maladigitalizzazione, passando ad un’organizzazione documentale del lavoro che uccida la cultura orale responsabile del caro vita e della disfunzionalità della nostra corrente economia, ritornando nel benessere che avevamo.

  2. Enrico

    Va molto di moda scaricare tutte le difficoltà del bilancio pubblico sul bonus edilizio al 110% che, per altro ha solo aumentato bonus preesistenti dell’ordine del 50-60%. Tuttavia proprio grazie a quel bonus è stato possibile rendicontare l’uso di gran parte dei fondi del PNRR, che altrimenti sarebbero stati utilizzati addirittura al di sotto delle imbarazzanti percentuali attuali, col rischio concreto di dover restituire anche parte degli anticipi già ottenuti. È anche appena il caso di ricordare che, nella sua versione originale, l’onere del superbonus ha pesato interamente sul disavanzo del 2020 e 2021 a causa delle (discutibili) regole contabili europee. Quindi l’effetto contabile del provvedimento è stato (e sarà) quello di aumentare il debito pubblico per la parte non coperta dai 70 mld di contributi a fondo perduto previsti dal PNRR. Invece l’effetto sui disavanzo corrente e futuro sarà piuttosto modesto e soprattutto, sempre per le norme contabili europee, dipende proprio dalle forti limitazioni alla cessione dei crediti introdotte dai vari governi successivi a quello Conte. Non entro nell’analisi degli effetti del bonus sul Pil, che richiederebbe troppo spazio. Trovo invece apprezzabile che l’autore abbia finalmente tolto il velo dalla principale ragione del miglioramento dei conti pubblici, ossia la combinazione di fiscal drag (che ha gonfiato le entrate) e blocco dei salari nella PA e bassa indicizzazione delle pensioni (che hanno frenato le uscite). Per una simile manovra non servivano grandi economisti, ma solo politici abbastanza spregiudicati.

  3. Enrico Motta

    Articolo molto interessante nell’analisi e comprensibile anche per i non addetti ai lavori. Non tratta però la parte propositiva, cioè come affrontare le “distorsioni strutturali nella composizione del bilancio pubblico”, anche se tale opera appare anche a me di estrema difficoltà. O impossibile?

  4. Mirco

    Dall’articolo si nota che a pagare sono sempre i lavoratori in questo caso i dipendenti pubblici e i pensionati. Il fatto che si noti che è mancata una visione di lungo periodo per la riduzione del deficit pubblico, denota che non sono stati affrontati i veri problemi secondo me perchè per affrontarli significherebbe erodere il capitale elettorale della destra. In fondo la sinistra si è ritrovata senza voti, proprio perchè ha cercato soluzioni all’interno della concezione neoliberista. Infatti tutto l’articolo parte dalla concezione che il bilancio bubblico deba essere trattato come un bilancio aziendale o familiare quando non è così che si deve ragionare ma l’immissione di moneta nel sistema eil suo recupero tramite le politiche fiscali sono tipiche del potere dello stato, ma noi ci abbiamo rinunciato con l’adesione all’euro.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén