DOMENICA 23 AGOSTO 2026

Lavoce.info

Se il reddito è di ultima istanza

La definizione delle regole di accesso e di gestione di interventi assistenziali come il reddito di ultima istanza non è semplice. Il rischio è avere una percentuale dei beneficiari troppo alta, con conseguenze negative sul mercato del lavoro e sul piano socio-politico. Serve invece uno schema capace di valutare l’effettivo tenore di vita delle famiglie, ma soprattutto in grado di disincentivare il ricorso al lavoro sommerso. E magari di dar conto delle differenze del costo della vita tra diverse aree del paese. I risultati delle simulazioni con uno strumento di questo tipo.

Vendere Alitalia. Ai suoi dipendenti

Gianpaolo Rossini

Anche se gli esempi di altre compagnie non sono confortanti, questa è forse l’ultima mossa per evitare il fallimento della società. Ai lavoratori dovrebbe andare oltre la metà del capitale ora in mano al ministero dell’Economia, con un esborso ragionevole per singolo dipendente. Il vantaggio sarebbe una assunzione di responsabilità da parte dei dipendenti nella gestione dell’azienda, con tagli salariali anche cospicui. Il salvataggio avverrebbe così senza ricorrere al denaro pubblico. E potrebbero riacquistare fiducia investitori come le banche. Riproponiamo anche gli interventi di Carlo Scarpa, Marco Ponti e Mario Sebastiani già apparsi sul tema.

Sommario 6 maggio 2004

Secondo il governo, ingenti risorse (che non ci sono) saranno destinate a ridurre l’imposta sul reddito. E chi non ha reddito? In Italia i poveri sono oltre 7 milioni e tra questi circa 3 milioni sono poverissimi. Negli altri Stati europei esistono schemi di reddito minimo garantito. Da noi nulla. Eppure la spesa sarebbe sostenibile. La Finanziaria 2004, cancellando le sperimentazioni precedenti, ha istituito un Reddito di ultima istanza, senza stanziare risorse e delegandone in pratica l’attuazione alle Regioni.
Cerchiamo almeno di capire cos’è questo strumento, ancora virtuale.
Anche per l’assistenza agli anziani non autosufficienti, il disinteresse è totale. Eppure nei prossimi anni, la maggiore longevità e il calo delle nascite renderanno il problema insostenibile per le famiglie. Per poveri e anziani non autosufficienti c’è bisogno dello Stato: la famiglia, il volontariato e gli enti locali non possono farcela da soli.

Un uomo solo alla guida di Alitalia. Ma non c’è ancora un piano industriale. Una delle ipotesi sul tappeto è che sia salvata dai suoi dipendenti. I precedenti (United Airlines) non sono però confortanti.

Anziani, un problema delle figlie

Nei prossimi anni aumenterà la dimensione delle coorti dei grandi anziani e crescerà di conseguenza la domanda di cure e assistenza. Che ha nella famiglia la sua collocazione naturale. Ma il declino delle nascite ridurrà il numero di chi queste cure presta, quasi sempre le donne, fino a rendere insostenibile il carico. Occorre perciò ridefinire la divisione di genere dei ruoli. La sostenibilità economica futura delle politiche sociali passa infatti per un rilancio delle politiche di equità.

Morire di ricovero

Nelle residenze sanitarie assistite il tasso di mortalità è decisamente più alto rispetto a quello indicato nelle tavole della sopravvivenza, a parità di età. Agisce un effetto selezione: si ricoverano gli anziani con perdita di autonomia funzionale superiore allo standard. Ma anche un effetto prodotto dal processo di istituzionalizzazione. Si mantiene così un equilibrio tra domanda e offerta, ma la sovramortalità istituzionale è una questione che le politiche per gli anziani dovrebbero affrontare.

Il welfare che non c’è

Se guardiamo alla concreta realtà del nostro paese, è difficile avere dubbi sulla necessità di riforme in tema di povertà e non autosufficienza, ambiti in cui l’intervento pubblico è in Italia tradizionalmente debole. Nonostante si discuta da anni di reddito minimo e di fondo per i non autosufficienti, sono solo alcune Regioni a intervenire su questi temi, seguendo spesso strade diverse l’una dall’altra. Ma il vero rischio è che il ripensamento delle politiche sociali scivoli in un angolo sempre più remoto dell’agenda politica.

Le domande dell’Africa

Il mancato sviluppo dei paesi africani e’ forse il principale fallimento dell’intera comunità internazionale. Lo ha ricordato anche la recente manifestazione di Roma, che ha chiesto soluzioni non utopiche, ma razionali, in grado almeno di migliorare la situazione attuale del continente. Anche sotto il profilo economico appare possibile aderire a tre richieste principali, da tempo in discussione: cancellazione del debito, sospensione dei brevetti sui medicinali, divieto di vendita delle armi.

Accade in Sierra Leone

L’Ocse rimprovera alla comunita’ internazionale ritardi e limiti nelle politiche di cooperazione allo sviluppo. Ma l’esperienza del paese africano, uno dei piu’ poveri al mondo e per dieci anni devastato da una guerra civile, dimostra le potenzialita’ e i limiti della “generosita’” dei paesi ricchi verso le nazioni piu’ povere. Spesso il problema non e’ la disponibilita’ di risorse finanziarie quanto la capacita’ di assorbirle e la volonta’ politica di farne un uso efficiente ed equo.

In cerca di identità

Le politiche europee sull’immigrazione scontano la mancanza di una comune identità che possa essere proposta come modello ai cittadini stranieri, in particolare ai più qualificati. Mentre gli Stati-Nazione perdono significato, è necessario cercare di superare le diversità senza cancellarle, in un processo di integrazione che coinvolga europei ed immigrati. Solo così potremo avere una gestione costruttiva del fenomeno, indispensabile per una crescita di lungo periodo.

Diritto di cittadinanza

L’Italia è terra d’immigrazione e di fronte a flussi già elevati e destinati a crescere, è inevitabile porsi la questione di quali diritti vadano concessi a chi arriva nel nostro paese. Molto pochi oggi quelli di appartenenza, grazie alla legge del 1992 che si fonda sul principio dello ius sanguinis. È una politica miope che mette a rischio la nostra capacità di sfruttare al meglio il contributo non solo economico, ma anche sociale e culturale che gli immigrati possono dare allo sviluppo del nostro paese.

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