DOMENICA 23 AGOSTO 2026

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Povertà e sviluppo. Una rassegna della stampa estera

Lo sviluppo dei paesi poveri è un tema che si presta a molti commenti, che variano dallo sdegno alle accuse e alle proposte. Ma a volte un fatto di cronaca può essere altrettanto interessante e significativo. Come, per esempio, la notizia riportata a fine aprile dal quotidiano economico inglese Financial Times: per la prima volta nella quarantennale storia delle estrazioni petrolifere in Nigeria due lavoratori stranieri sono stati uccisi in un’imboscata. I due dipendenti di ChevronTexaco, assassinati insieme ad altre cinque persone, potrebbero essere stati attaccati con lo scopo di rubare le armi che portavano con sé. Oppure per protestare contro i piani dell’azienda americana di estendere le proprie estrazioni nel paese. Sono solo supposizioni, che certamente non fermano ChevronTexaco, ma possono essere indicative di un certo risentimento locale verso alcuni tipi di investimenti esteri.

D’altronde, il disagio sociale è più diffuso e la crescita economica è più ridotta proprio nei paesi che maggiormente dispongono di risorse naturali, soprattutto se minerarie o petrolifere. A sostenerlo sono Desmond Tutu e Jody Williams, premi Nobel rispettivamente nel 1984 e nel 1997, in un articolo di commento pubblicato dall’International Herald Tribune. È il “paradosso dell’abbondanza” o “maledizione delle risorse naturali”, che ha portato a una lunga guerra civile in Angola e a livelli incredibili di corruzione in Nigeria. In quest’ultimo paese negli anni ’90 si sarebbero volatilizzati nel nulla quasi 4 miliardi di dollari di proventi del greggio. Per questo, concludono gli autori, è opportuno che la Banca Mondiale indirizzi i propri investimenti solo dopo un attento esame dei governi locali e, in ogni caso, in regioni senza guerra o violenze etniche.

Un altro importante intervento è l’analisi di John Kufuor, presidente del Ghana, sulle pagine del Financial Times: “Per lo sviluppo economico l’Africa ha bisogno di maggiore assistenza finanziaria e accesso ai mercati mondiali”. In breve: più soldi per crescere e rafforzarsi in casa e meno protezionismo, da parte dei paesi ricchi, per giocare e vincere nel mondo. E le ambizioni non mancano: Ghana, Nigeria, Sierra Leone, Gambia e Guinea hanno stabilito dei criteri di convergenza per un’unione monetaria prevista per luglio dell’anno prossimo.

A livello internazionale, intanto, i paesi in via di sviluppo hanno segnato un importante punto nella lotta ai sussidi garantiti dalle nazioni occidentali a consistenti settori delle proprie economie. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), infatti, ha stabilito che gli aiuti concessi da Washington ai 35.000 produttori nazionali di cotone sono contrari alle regole del libero commercio mondiale. Secondo il francese Le Figaro, la Casa Bianca si opporrà con ogni mezzo alla decisione. Anche perché tra qualche mese si svolgeranno negli Stati Uniti le elezioni presidenziali, e George W.Bush cerca di assicurarsi il sostegno dei tanti stati del sud, produttori di cotone e fedeli alla causa repubblicana. Il Wall Street Journal, invece, pone l’accento sugli scenari futuri che si aprono dopo la sentenza dell’Omc. I paesi in via di sviluppo, infatti, potranno fare riferimento alla decisione dell’organizzazione per rafforzare la propria posizione liberoscambista all’interno dei round negoziali di liberalizzazione dei commerci.

E sempre dall’Organizzazione Mondiale del Commercio è arrivata negli ultimi giorni una dichiarazione significativa, riportata sul Financial Times, a tutto vantaggio di Cina e India. Un funzionario senior dell’Omc si è espresso contro la proroga del regime delle quote nel mercato nei prodotti tessili. La prossima liberalizzazione, ora quindi più probabile, aprirà già dal 2005 nuove fette di mercato ai produttori cinesi e indiani, fortemente avvantaggiati dai bassi costi di produzione e dall’efficiente e sistematica organizzazione dei processi produttivi. Una ricerca Usa prevede che Pechino si aggiudicherà tre quarti del mercato statunitense, con la chiusura di 1.300 stabilimenti americani e la perdita di 650.000 posti di lavoro. Contemporaneamente, 200 miliardi di dollari di “fatturato tessile” si sposteranno sulla Cina nei prossimi anni, almeno secondo le stime della Banca Mondiale.

Per il settimanale The Economist è stato lo sviluppo del capitalismo in molte nazioni asiatiche, come nelle già citate Cina e India, a rendere più competitive e ricche le rispettive economie. L’analisi del prestigioso periodico contiene anche alcune considerazioni ottimistiche: dagli anni ’70 la percentuale di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno è calata. Nell’articolo sono citati due studi, uno dei quali sotto l’ombrello della Banca mondiale, che confermano, dati alla mano, questa tesi. Anche le ineguaglianze, continua l’Economist, sono cresciute tra ricchi e poveri all’interno di Cina e India. Tuttavia, lo sviluppo disordinato e mal distribuito dei due paesi dimostra, se paragonato all’Africa più povera, che ci sono cose peggiori delle ineguaglianze economiche e sociali.

Milano, 4 maggio 2004

Sommario 4 maggio 2004

Il Governo è costretto dalla Corte costituzionale a rivedere la legge Bossi-Fini sull’immigrazione. E concede piena libertà di ingresso solo ai lavoratori autonomi provenienti dai nuovi membri della Ue. Non tarderanno a orientarsi nei meandri del nostro mercato del lavoro in attesa della prossima sanatoria. E’ il momento di ripensare in modo coerente all’intera gamma di politiche di immigrazione nel nostro paese, a partire dalle norme sulla cittadinanza, dando priorità all’assimilazione degli immigrati.
Affiora nel nostro paese una maggiore attenzione ai problemi del sottosviluppo. Un tema gravemente ignorato dalla stampa italiana, a differenza che in altri paesi occidentali. Cosa fare per l’Africa? Non è solo una questione di risorse.

Cosa succede ai nostri conti pubblici? Ce lo dirà la Trimestrale di cassa di marzo, che giace in un cassetto da settimane. Doveva uscire prima di Pasqua…

Sommario 29 aprile 2004

Il primo maggio l’Unione europea diventa più grande. Rischia di diventare meno unita. Molte le scelte miopi in vista di questo allargamento, a partire dalla chiusura delle frontiere ai nuovi arrivati. Per fortuna, la Svezia ci ha ripensato e ha deciso di liberalizzare i flussi. Speriamo che anche il nostro Governo lo faccia.

Continua l’Odissea della riforma previdenziale, che approda in Aula al Senato con una novità dell’ultimo minuto: l’equiparazione delle polizze assicurative individuali ai fondi pensione negoziali e “aperti” ai fini del trasferimento del Tfr alla previdenza integrativa. Nonostante le polizze assicurative impongano costi di amministrazione molto elevati. Il rischio è che tutta questa improvvisazione scoraggi ulteriormente il passaggio del Tfr ai fondi pensione che, tra l’altro, può costare ai lavoratori anche in termini di perdita di sicurezza del posto di lavoro.
Dopo i picchetti e l’intervento della polizia, finalmente a Melfi si torna a trattare. Speriamo che si capiscano fino in fondo le ragioni della protesta e che se ne tenga conto anche nella revisione degli assetti contrattuali e delle politiche per il Mezzogiorno. Continuano invece gli scioperi selvaggi dei dipendenti Alitalia. Torniamo sulla proposta di uno sciopero virtuale.

“Livellare” non basta

Un emendamento alla delega previdenziale punta a dirottare il Tfr anche su fondi aperti e su polizze individuali (Pip). La creazione di regole uniformi e controlli comuni è senz’altro importante per lo sviluppo del mercato previdenziale, ma non è sufficiente senza un allineamento verso il basso dei costi di gestione (oggi altissimi per le Pip) e senza migliorare la qualità e la trasparenza dei prodotti offerti. Accade infatti che i più efficienti siano penalizzati a favore dei peggiori.

Due proposte, un obiettivo

Sciopero virtuale e premi per i lavoratori che si impegnano a non interrompere il servizio pubblico in caso di vertenze con l’azienda sono due proposte integrabili. Entrambe fanno salvi tutti i diritti delle controparti negoziali e migliorano in misura rilevante le condizioni del pubblico. Né sembra esserci il rischio di un eccessivo rafforzamento della posizione contrattuale dei lavoratori, tale da portare a retribuzioni esorbitanti che implichino oneri finanziari per la collettività superiori ai benefici della regolarità del servizio.

Benvenuto allargamento, addio grande Europa?

L’ingresso dei nuovi dieci paesi nell’Unione europea si sta trasformando da evento storico di portata straordinaria in un processo caotico che accresce le spinte per un indebolimento del disegno di costruzione di una grande Europa. Le responsabilità dei governi e delle istituzioni europee sono grandi. Per come hanno affrontato la questione dell’apertura delle frontiere ai cittadini dei nuovi membri e per i segnali mandati sull’applicazione delle regole e dei trattati. Soprattutto in campo monetario e fiscale.

La lezione di Melfi

Il caso Melfi segnala il fallimento dell’esperienza dei contratti di programma, un tentativo di decentrare la contrattazione salariale con accordi territoriali incentivati da iniezioni di denaro pubblico. Per legare il salario alle condizioni del mercato del lavoro meglio affidarsi a fattori automatici, come l’aggancio delle retribuzioni a indici del costo della vita regionali e ridurre il prelievo fiscale e contributivo sui salari più bassi, in ingresso. Tanto più che presto le Regioni del Sud non avranno più accesso ai fondi strutturali Ue.

Va’ dove ti porta il Tfr

La riforma delle pensioni permetterà di investire il trattamento di fine rapporto nei fondi pensione. Ma questo avrà importanti effetti anche sul mercato del lavoro. Il Tfr non potrà più essere utilizzato come finanziamento a costi inferiori a quelli di mercato e le piccole imprese in particolare perderanno l’incentivo ad allungare la durata del rapporto di lavoro. Così aziende e lavoratori (che dovrebbero considerare tutti i rischi impliciti nelle diverse scelte) potrebbero avere un interesse comune nel non aderire alle possibilità aperte dalla riforma.

Quanti maestri per una classe

La Riforma Moratti non nega la validita’ di principi generali, ribaditi dal piu’ recente dibattito pedagogico. Come l’integrazione fra insegnamento delle materie di base con quelle le attivita’ laboratoriali, la costruzione di relazioni continuative e stabili, la garanzia di una pluralita’ dei modelli cognitivi e di una molteplicita’ degli stili di insegnamento. Abbandona pero’ il tempo pieno non modularizzato e con l’insegnante unico introduce un modello organizzativo che ne impedisce la concreta attuazione.

Studi comparativi e studi televisivi

Il ministro Moratti cita in televisione ricerche internazionali per giustificare la riforma della scuola di base. Ma i risultati dei due studi comparativi sembrano invece mostrare che l’istruzione elementare in Italia ha funzionato e bene. I problemi nascono, semmai, alle medie, anche se il sistema italiano produce comunque risultati piu’ omogenei rispetto alla media dei paesi Ocse. L’attenzione riformatrice avrebbe dovuto percio’ concentrarsi maggiormente sulla scuola media di primo grado. Mentre il ministero ha preferito partire dal basso.

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