L’occupazione aumenta dell’1 per cento e il tasso di disoccupazione scende al livello più basso degli ultimi undici anni. Dalla rilevazione trimestrale Istat delle forze lavoro arrivano buone notizie. Che però, a parità di occupati, si spiegano con l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione italiana. Aspettando gli effetti della Legge Biagi, permangono intanto dualismo territoriale occupazionale e settentrionalizzazione della crescita del lavoro.
Continuiamo la visita ai luoghi comuni del mercato del lavoro italiano. Si parla spesso di esplosione del lavoro temporaneo in Italia. Ma la crescita di queste nuove tipologie contrattuali è stato più contenuta di quanto spesso suggerito e si deve in larga misura alla diffusione dei contratti a fini formativi (soprattutto apprendistato) tra i giovani.
Il sentire comune vuole che i collaboratori coordinati e continuativi siano più di due milioni. E che quindi in Italia si assista a una generale precarizzazione del lavoro subordinato. Ma è una credenza lontana dalla realtà : se si analizzano i pochi dati disponibili, ci si accorge che i veri co.co.co. sono circa seicentomila. Gli altri sono riconducibili ai liberi professionisti, pensionati e persone con doppio lavoro. Anche la nuova figura del “lavoratore a progetto” può essere positiva. Il rischio è semmai nei decreti attuativi della Legge Biagi che, invece di razionalizzare il fenomeno, potrebbero finire per incrementare il lavoro nero.
Il nostro mercato del lavoro continua a riservarci belle sorprese. Cresce ancora l’occupazione, nonostante la stagnazione economica, e diminuisce la disoccupazione. Merito del fatto che escono dal mercato del lavoro generazioni con meno lavoratori e, soprattutto, lavoratrici e rimangono quelle in cui si partecipava di più. La demografia aiuta anche nel ridurre le pressioni in entrata: meno giovani in cerca di lavoro. Ma per continuare a creare nuovi posti, ci vorrà crescita economica.
Molti dei posti di lavoro creati negli ultimi anni sono lavori temporanei e collaborazioni coordinate e continuative. Approfondimenti per capire cosa si cela dietro questo composito universo di lavori e tra quali fasce di età sono particolarmente concentrati.
In risposta ad una lettera di Luigi Spaventa, torniamo a discutere gli effetti degli sgravi fiscali sulla domanda interna.
Nella bozza di Costituzione europea solo un accenno alla materia e nessun riferimento esplicito dell’esistenza di un Sistema statistico europeo. Eppure, è già stata raggiunta una notevole integrazione tra sistemi nazionali e un ulteriore passo avanti servirebbe a dare a politici e operatori strumenti migliori per competere con gli altri grandi paesi industrializzati. Il riconoscimento di una statistica comunitaria e la definizione dei principi sui quali si deve basare sono invece fondamentali per lo sviluppo della democrazia oltreché dell’economia.
Intervista a Pippo Ranci, presidente dell’Autorità dell’energia elettrica e del gas, sulla liberalizzazione dei mercati energetici, a cura di Michele Polo.
Il processo è a buon punto per il settore elettrico, anche se resta la questione della posizione dominante dell’Enel nella generazione. Più difficoltà per il gas, soggetto a contratti di lungo periodo. Criteri di trasparenza nel fissare le tariffe. Da sfatare la leggenda che liberalizzare implichi una peggiore qualità del servizio. E sull’indipendenza delle autorità ribadisce che la politica ha tutto da guadagnarne perché crea fiducia negli investitori e nei consumatori.
I black out e le interruzioni programmate dell’estate ci rivelano quanto il problema della sicurezza del sistema sia stato trascurato nell’approccio seguito per l’apertura alla concorrenza del settore elettrico. Il caso americano dovrebbe far riflettere i federalisti a oltranza sui rischi che derivano da legislazioni troppo frammentate. Quanto all’Italia, ha il vantaggio di una rete strutturata da un monopolista, ma resta da verificare l’efficacia dei recenti interventi del Governo per sopperire alla scarsità dell’offerta.
Fra qualche giorno l’Autorità dell’Energia Elettrica e del Gas renderà pubbliche le proprie decisioni circa le tariffe dell’elettricità . Il Presidente dell’Autorità , Pippo Ranci, chiarisce i criteri che guidano queste scelte, assieme ad una più ampia valutazione sulla liberalizzazione dei mercati energetici in Italia. Discutiamo anche del rapporto fra fra liberalizzazione del settore energetico e sicurezza del sistema alla luce dei black-out che si sono ripetuti in molti paesi nel periodo estivo.
Lo scandalo Eurostat rischia di impoverire la qualità delle statistiche oggi prodotte in Europa. Molte inchieste non saranno più coordinate a livello europeo, creando forti problemi di comparabilità . Purtroppo la bozza di Convenzione Europea non prevede la costruzione di un sistema statistico europeo.
Perché il vertice di Cancun è fallito? Una rassegna della stampa internazionale.
Chiarimenti aggiuntivi (e soprattutto nuovi interrogativi) sulla riforma previdenziale che il Governo starebbe per varare.
“Cancùn’s charming outcome”, The Economist, 20-26 settembre 2003, pag.13.
Il fallimento del vertice di Cancùn non sta nella difesa di nobili principi da parte dei paesi poveri, ma è dovuto a cinismo, delusione e incompetenza. I negoziati erano inquadrati nell’ambito del Doha Round, il cui principale obiettivo è quello di liberalizzare gli scambi internazionali, soprattutto dove questo è utile per il Terzo Mondo, quindi nei prodotti agricoli. Ma con la fine senza risultati delle trattative, ci vorranno forse più di cinque anni per arrivare a una conclusione soddisfacente e sostanziale in tal senso. E nel frattempo perde punti l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), dove ogni nazione, piccola o grande, povera o ricca, ha diritto di veto. Un raro esempio in cui ai paesi poveri è permesso di confrontarsi con quelli ricchi
“Developing-world victory may be a long-term loss”, The Wall Street Journal Europe, 16 settembre 2003, pag.A1
I negoziati di Cancùn sono terminati per le forti resistenze dei paesi in via di sviluppo contro le posizioni dei paesi più ricchi, contrari a ridurre i sussidi interni al settore agricolo. Ma la presunta vittoria delle nazioni del Sud può presto ritorcersi contro di loro. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), infatti, è la sede più importante in cui i paesi poveri possono dare voce ai problemi delle loro economie. Se tuttavia i summit OMC falliscono e l’organizzazione perde di rilevanza nel processo di liberalizzazione dei commerci, chi ne soffre sono soprattutto coloro che non hanno alternative cui rivolgersi. Mentre nel frattempo potenze commerciali come Stati Uniti, Giappone e Cina hanno in programma un crescente numero di accordi bilaterali di libero scambio. Ed è soprattutto in questo tipo di trattative dove il nano ha meno potere nell’influenzare il gigante.
“Killing the goose”, The Wall Street Journal Europe, 16 settembre 2003, pag.A10.
L’Unione Europea deve rendersi conto che non può più permettersi di difendere la sua politica di sostegno all’agricoltura. Perché costa, perché i contadini rappresentano solo il 5% della popolazione europea e il 2% del suo prodotto interno lordo, e perché impedisce, come si è visto a Cancùn, una maggiore liberalizzazione del mercato dei beni manufatti e dei servizi. Cancùn è fallita, ma non lo è ancora il Doha Round. L’Unione Europea e gli Stati Uniti dovrebbero capire che non possono continuare a danneggiare gli interessi, per esempio, delle imprese esportatrici tedesche o delle grandi aziende Usa di software, solo per ascoltare la voce dei contadini e allevatori di oche del Perigord francese.
“Road from Cancùn leads to Brussels”, Financial Times, 16 settembre 2003, pag.16.
Gli accordi di liberalizzazione commerciale hanno finora portato grandi vantaggi soprattutto per il ricco Nord del mondo, che ha aperto i propri mercati quando conveniva e li ha lasciati chiusi quando invece riteneva fosse meglio così. I benefici per il Sud sono invece stati minori, soprattutto rispetto al caso di più ampie liberalizzazioni. A Cancùn i paesi poveri hanno detto di no alle proposte delle nazioni più ricche su una maggiore apertura dei mercati negli investimenti, nella concorrenza e negli appalti pubblici. Perché prima vogliono che il Nord apra a sua volta i propri mercati agricoli. Il Sud non si accontenta più delle teorie sul libero scambio, ma vuole fatti dai paesi ricchi. Nei quali quindi sta la chiave per lo sperabile futuro successo del Doha Round.
“L’échec de Cancùn”, Le Monde, 16 settembre, pag.14. Â
A un miliardo di dollari al giorno ammontano i sostegni all’agricoltura elargiti in Giappone, Unione Europea e Stati Uniti. A Cancùn l’Europa ha in ogni caso dato prova di voler raggiungere un compromesso, quando ha proposto di individuare i sussidi veramente nocivi per gli agricoltori del Terzo Mondo. Ma si è poi rifiutata di impegnarsi su una data per la loro soppressione. L’unico motivo di speranza che viene da Cancùn è forse la prova del funzionamento democratico dell’OMC, che non si è dimostrata essere uno strumento al servizio dei paesi ricchi, ma una sede di reale confronto.
“Ein vielleicht heilsamer Shock”, Handelsblatt, 16 settembre 2003.
Secondo Anton Boerner, presidente dell’Associazione Tedesca per il Commercio (Bundesverbandes des Deutschen Gross- und Aussenhandels), è necessario che le discussioni sulla liberalizzazione dei commerci riprendano al più presto. Nell’interesse dei paesi ricchi, ma anche di quelli in via di sviluppo. Tra i quali ci sono, per esempio, India e Brasile, che traggono grandi benefici dal processo di globalizzazione. E il Brasile ha già detto di essere ben conscio della propria responsabilità , in vista di future negoziazioni multilaterali per una maggiore apertura dei mercati. Per cui è possibile che Cancùn si trasformi in un “trauma benefico” per la successiva conclusione del Doha Round.
Il governo sembra voler prendere in esame alcune misure di modifica dei rapporti tra Ministero e Università che lavoce.info aveva già trattato all’inizio dell’estate. Riproponiamo ora questo dibattito con un nuovo intervento di Giovanni Azzone.