I prezzi dei carburanti seguono il petrolio quando sale e lo ignorano quando scende: la regola è stata rispettata anche in questa crisi. Perché le quotazioni alla pompa dipendono anche da altri fattori, come accise e numero di stazioni concorrenti vicine.
La regola non scritta, ma ben conosciuta
C’è una regola non scritta che chiunque abbia mai guidato un veicolo conosce, anche senza saperla formulare: quando il greggio sale, se ne accorgono tutti; quando scende, si aspetta. Non è una percezione soggettiva: è un fenomeno documentato scientificamente che ha un nome preciso nella letteratura economica. I dati italiani del primo trimestre 2026 che esaminiamo qui sotto lo confermano.
Gli economisti degli anni Novanta hanno battezzato questo squilibrio con un’espressione particolarmente efficace: “rockets and feathers” – razzi e piume. L’idea è semplice: quando il prezzo della materia prima aumenta, quello al consumo decolla come un razzo; quando invece il prezzo di quella materia prima si riduce, la discesa avviene con la lentezza placida di una piuma che cade. O non avviene affatto.
L’asimmetria non è soltanto una questione di equità verso il consumatore. È una finestra aperta su come funziona la concorrenza in un mercato che, almeno sulla carta, dovrebbe essere tra i più visibili e trasparenti dell’economia reale. Il distributore di benzina è un’istituzione quotidiana con il prezzo esposto per legge su un tabellone concepito apposta per la trasparenza. Eppure, ciò che accade dentro quella filiera tra il barile estratto in qualche deserto del Golfo e il litro pompato nel serbatoio della nostra automobile è tutt’altro che lineare.
Il dataset e il periodo
Per la nostra analisi abbiamo utilizzato i dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), che riporta quotidianamente il prezzo praticato da ogni singola stazione di servizio in Italia. Per ragioni di semplicità ed efficacia ci siamo limitati alla sola benzina in modalità self-service e abbiamo escluso le autostrade e il comune di Livigno per il suo particolare regime fiscale. Con queste esclusioni abbiamo 15.386 stazioni di servizio in totale, 9.226 delle quali (circa 60 per cento del totale) hanno almeno un’altra stazione di servizio nel raggio di 1 chilometro. Nella figura 1 presentiamo la mappa delle stazioni che ne evidenzia la distribuzione spaziale.
Figura 1 – Distribuzione spaziale delle stazioni di servizio

Il periodo considerato è il primo trimestre 2026, un arco di tempo particolarmente denso di eventi, quasi un laboratorio naturale per chi voglia studiare la trasmissione dei prezzi lungo la filiera energetica. Dopo una procedura di pulizia statistica che ha eliminato anomalie evidenti, il nostro dataset conta circa 1,38 milioni di osservazioni valide (date dal prodotto del numero di stazioni per i 90 giorni del periodo considerato).
Come mostra la figura 2, gennaio e febbraio sono caratterizzati da sostanziale quiete: il Brent si muove su valori contenuti, i prezzi retail restano ancorati poco sopra 1,65 €/L. Poi arriva il 28 febbraio.
Figura 2 – Prezzi del petrolio, all’ingrosso e al dettaglio della benzina

Fonte: Mimit Osservaprezzi, LSEG Data & Analytics.
28 febbraio: la scintilla
Nell’ultimo giorno di febbraio, una crisi geopolitica investe le infrastrutture energetiche del Medio Oriente. L’escalation del conflitto alimenta il timore di interruzioni lungo le rotte marittime strategiche, in particolare lo Stretto di Hormuz attraverso cui transita una quota rilevante del commercio globale di petrolio. I mercati non aspettano che qualcosa accada davvero, reagiscono alle aspettative, e questo è sufficiente. Il Brent sale di circa il 14 per cento in pochi giorni. Il prezzo all’ingrosso della benzina lo segue con precisione quasi chirurgica: la trasmissione a livello industriale è immediata e pressoché completa. Il prezzo alla pompa, invece, come evidenzia la figura 2, si muove con ritardo e in misura più contenuta — circa l’8 per cento nello stesso arco di tempo. Una parte dello sfasamento ha spiegazioni legittime: contratti di fornitura già stipulati, scorte acquistate a prezzi precedenti. Ma il razzo vola. La vera distorsione emergerà nella fase discendente.
Figura 3 – 28 febbraio 2026: variazione percentuale dei prezzi di petrolio e benzina

Fonte: Mimit Osservaprezzi, LSEG Data & Analytics.
9–11 marzo: la discesa che non arriva
Tra il 9 e l’11 marzo si sovrappongono due segnali distinti: gli Stati Uniti annunciano misure per garantire la sicurezza delle rotte marittime e l’Agenzia internazionale dell’energia coordina il più grande rilascio di riserve strategiche della sua storia. I mercati cominciano a prezzare un rischio di disruption più basso e il Brent scende bruscamente, circa il 12 per cento in due giorni. Il prezzo all’ingrosso segue il Brent verso il basso con la stessa precisione della fase ascendente. Il prezzo alla pompa, come mostra la figura 4, praticamente non si muove: anzi, aumenta leggermente, segnando un +5 per cento dopo cinque giorni. Il risparmio generato dal calo del greggio non viene trasferito al consumatore, ma trattenuto come margine aggiuntivo. È l’effetto piuma: chi ha fatto il pieno in quei giorni ha pagato più del dovuto
Figura 4 – 9-11 marzo: variazione percentuale dei prezzi di petrolio e benzina

Fonte: Mimit Osservaprezzi, LSEG Data & Analytics.
19 marzo: quando scende il fisco, non il mercato
Il 19 marzo attacchi al complesso di Ras Laffan, in Qatar, rimettono pressione sui mercati energetici, non tanto sul greggio, quanto sulla nafta, componente fondamentale nel processo di raffinazione. Il Brent aumenta di circa il 3 per cento. Eppure, come illustra la figura 5, il prezzo retail della benzina al netto delle tasse crolla del 15 per cento. Un’inversione spiegata dalla politica fiscale: in risposta alla crisi, il governo italiano ha annunciato una riduzione temporanea delle accise sui carburanti, quella componente che in Italia pesa storicamente per oltre il 50 per cento del prezzo alla pompa.
Figura 5 – 19 marzo 2026: variazione percentuale dei prezzi di petrolio e benzina

Fonte: Mimit Osservaprezzi, LSEG Data & Analytics.
L’episodio è rivelatore. L’unica discesa davvero visibile per il consumatore non è venuta dal mercato, ma da un intervento esterno. Quando il costo del greggio scendeva, il mercato preferiva trattenere. Quando è arrivata una leva fiscale, il prezzo è calato immediatamente. Il meccanismo concorrenziale, da solo, non era bastato.
Il fattore geografico: la distanza come rendita
Uno degli aspetti più interessanti del dataset è la georeferenziazione a livello di singola stazione, che permette di misurare qualcosa che di solito è nascosto dalle medie nazionali: quanto conta la concorrenza spaziale nella formazione del prezzo. Le stazioni di servizio sono state suddivise in due gruppi: “dense”, con almeno un concorrente entro il raggio di un chilometro, e “isolate”, senza concorrenti entro un chilometro. La figura 6 mostra i risultati per i quattro eventi analizzati.
Figura 6 – Risposta dei prezzi della benzina al prezzo del Brent nei mercati locali densi rispetto a quelli isolati



Fonte: Mimit Osservaprezzi.
Le stazioni in mercati densi mostrano una dinamica più reattiva in entrambe le direzioni: i prezzi salgono prima, ma scendono prima. Per le stazioni isolate, invece, l’asimmetria è più accentuata: i rialzi vengono trasmessi prontamente – il consumatore non ha alternative raggiungibili e il gestore lo sa – mentre i ribassi vengono assorbiti con molta più lentezza. La geografia diventa una rendita, misurata in centesimi al litro moltiplicati per milioni di rifornimenti l’anno.
Cosa ci dicono i dati
L’analisi presentata è di natura puramente descrittiva e si tratta di correlazioni, senza nessi di causalità. Non è possibile qui separare la quota attribuibile a comportamento strategico da quella riconducibile a inerzie contrattuali o costi logistici. Ma quello che si può affermare con la tranquillità che viene dai numeri – senza fare ricorso a sofisticate analisi econometriche – è che l’effetto “razzi e piume” è visibile e misurabile. Il prezzo alla pompa dipende non solo da quello del barile di greggio, ma da come è organizzata la distribuzione, da chi controlla le accise, e da quante stazioni concorrenti si trovano a portata di serbatoio. In sintesi, senza un intervento esterno, il mercato preferisce la piuma all’atterraggio brusco.
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Professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University di New York. È Direttore della ricerca scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei, dopo essere stato in passato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici. È Fellow del Centre for Research on Geography, Resources, Environment, Energy & Networks (GREEN) dell’Università Luigi Bocconi e Visiting Fellow presso il King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC). È Review Editor del capitolo 4 (“Mitigation and development pathways in the near- to mid-term”), Sixth Assessment Report (AR6), IPCC WGIII, 2021. È stato fondatore e primo presidente dell’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali, è membro del comitato scientifico del Centro per un futuro sostenibile e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. È componente del comitato di redazione de lavoce.info.
Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, ha conseguito il Ph.D in Economics presso l’University College of London. È stato Chief Economist dell’Eni, amministratore delegato di Eni Corporate University e Principal Administrator dell’International Energy Agency (Energy and Environment Division). È stato consigliere di amministrazione dell’ENEA in rappresentanza del ministero dello Sviluppo economico. Autore di molte pubblicazioni su temi legati ad energia e ambiente è stato anche Autore principale (Lead Author) per il Third Assessment Report ed il Fifth Assessment Report per conto del IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). Docente all’Università Luiss e alla Luiss Business School. Membro dell’Editorial Board de lavoce.info. Socio Fondatore dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse Naturali e della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC).
Matteo Manera ha conseguito la laurea in Economia presso l’Università Bocconi, il Master in Economia presso l’Università di Warwick, e il Dottorato in Economia presso l'Istituto Universitario Europeo. E’ Professore ordinario di Econometria presso il Dipartimento di Economia, Metodi Quantitativi e Strategie di Impresa dell’Università di Milano-Bicocca e ricercatore associato presso la Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). Ha coordinato il programma di ricerca “International Energy Markets” presso la FEEM, dove attualmente è coordinatore dei progetti “Financial Speculation in the Oil Markets”, “Oil Price Trends and Forecasts”, and “Oil and Commodity Price Dynamics” all’interno del programma di ricerca “Energy: Resources and Markets”. Fa parte del Direttivo del Centro Interuniversitario di Econometria (CIdE). Coordina il modulo di “Topics in Microeconometrics with Applications to Energy and Environmental Economics” organizzato dal CIdE in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università di Palermo. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche su tematiche energetiche e ambientali.
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