La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
Perché non è un bancomat
La proposta avanzata da Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme, di consentire agli Stati membri di utilizzare i fondi di coesione per finanziare nuove misure di sostegno e far fronte al caro-energia ha suscitato un acceso dibattito. Tra le voci più critiche vi è quella della presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto, secondo cui i fondi di coesione non dovrebbero trasformarsi in un “bancomat” da cui attingere ogni volta che emerge una nuova priorità europea. Il timore è che una politica nata per ridurre i divari territoriali venga progressivamente piegata a obiettivi congiunturali, sottraendo risorse allo sviluppo locale e regionale.
Le critiche vanno tuttavia contestualizzate. La proposta non impone alcuna riallocazione delle risorse: spetta ai governi nazionali e alle autorità di gestione (regioni e ministeri) decidere se riprogrammare o meno i fondi disponibili. Inoltre, anche in caso di adesione, gli effetti non sarebbero immediati. La modifica dei programmi richiede negoziati con la Commissione, procedure amministrative e tempi di attuazione che difficilmente consentirebbero di incidere nel breve periodo sull’attuale livello dei prezzi energetici. Più che una misura emergenziale, si tratta quindi di un’opzione strategica di medio-lungo periodo.
Una vera novità?
Non è affatto certo che la proposta introduca nuove categorie di spesa. Molti degli interventi richiamati da Fitto, dagli investimenti nelle reti energetiche al recupero di materie prime dai rifiuti, fino agli impianti per il biogas, erano già finanziabili nell’ambito della programmazione 2021-2027. Lo stesso vale per una delle novità più discusse della lettera inviata a stati e regioni, ossia il sostegno alla sicurezza dei fertilizzanti attraverso il recupero di azoto e fosforo dai reflui, la valorizzazione dei fanghi di depurazione e l’economia circolare applicata all’agricoltura. Più che ampliare l’eleggibilità delle spese, la proposta sembra quindi ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
È proprio questo l’aspetto chiave dal punto di vista politico. La questione non riguarda tanto cosa sia finanziabile, quanto chi stabilisce le priorità. Tradizionalmente la politica di coesione è stata costruita secondo un approccio territoriale o “place-based”, lasciando a regioni e partenariati locali un ruolo centrale nella definizione degli interventi. Le recenti iniziative della Commissione, dalle materie prime critiche, alla competitività industriale, fino alla difesa, sembrano invece indicare una crescente tendenza a orientare la spesa verso obiettivi strategici definiti a livello europeo. Il dibattito aperto da Fitto riguarda dunque il delicato equilibrio tra autonomia dei territori e indirizzo politico dell’Unione.
La sfida italiana: spendere meglio per l’autonomia energetica
Al di là delle polemiche, resta un dato di fondo. L’Italia continua a essere uno dei grandi paesi europei con più elevata dipendenza energetica. La si può misurare con il tasso di dipendenza energetica, un indicatore definito come rapporto percentuale tra le importazioni nette di energia (importazioni-esportazioni) e l’energia disponibile lorda, ossia la quantità di energia necessaria a soddisfare il consumo interno di un paese, tenendo conto della produzione interna, delle importazioni nette e delle variazioni delle scorte. L’indicatore mostra quale quota del fabbisogno energetico complessivo di un paese è soddisfatta attraverso importazioni provenienti da altri paesi o, in altri termini, la proporzione di energia che un’economia deve necessariamente importare. Può essere calcolato sia per l’insieme dei prodotti energetici sia per singoli combustibili (ad esempio petrolio greggio o gas naturale). Un valore elevato indica una maggiore esposizione del paese alle forniture estere e alle dinamiche dei mercati internazionali.
Come viene mostrato nella figura 1, nel 2024 l’Italia aveva un tasso di dipendenza energetica (74 per cento) significativamente superiore alla media europea (circa 57 per cento).
Altri paesi con una minore dipendenza energetica, negli ultimi anni, hanno investito molto in fonti rinnovabili. È questo, per esempio il caso della Spagna, che ha accelerato gli investimenti in eolico e fotovoltaico, arrivando a superare la media europea per quota di energia da fonti rinnovabili (25 per cento circa), mentre l’Italia si colloca attorno al 19 per cento (vedere figura 2).
In questo contesto, il vero problema non è tanto se utilizzare o meno i fondi di coesione per l’energia, quanto come utilizzarli. Le risorse non spese a causa delle difficoltà di assorbimento dovrebbero essere concentrate su reti, rinnovabili e innovazione, non su misure temporanee di compensazione dei prezzi.
La discussione sui fondi di coesione si inserisce inoltre in un contesto europeo caratterizzato da una crescente disponibilità a concedere margini di flessibilità per gli investimenti strategici. La recente valutazione positiva del percorso di aggiustamento dell’Italia nell’ambito del Patto di stabilità offre infatti maggior spazio per orientare la spesa pubblica verso sicurezza energetica, reti e transizione verde. Ma lo spazio finanziario aggiuntivo ha senso se viene impiegato per rafforzare la capacità produttiva e l’autonomia strategica del paese.
La vera sfida è trasformare una crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione, evitando che le risorse europee vengano utilizzate soltanto per gestirne gli effetti.
Figura 1 – Dipendenza energetica degli Stati membri dell’Ue (2024)
Figura 2- Quota % di energia da fonti rinnovabili negli stati membri dell’Ue (2024)
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Economista, esperto di politiche UE, Principal Consultant presso Ecorys Italy. Ha condotto numerosi progetti di ricerca e analisi per la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e valutato interventi nazionali e regionali. Dottorato in Economia Politica presso l’Università Politecnica delle Marche e Master of Science in Technology and Innovation Management presso lo SPRU, Science & Technology Policy Research Unit, University of Sussex.
Savino
I Fondi di Coesione, per definizione, c’entrano come i cavoli a merenda col, pur grave ed urgente, deficit energetico. Già con l’Europa a 27 e oltre, alcune aree del nostro Paese non sono più, da tempo, considerate depresse e non si avvantaggiano più da oltre 30 anni di certe agevolazioni, poi le togliamo anche queste misure per coprire ulteriori problemi, col classico gioco delle tre carte. Fitto commissario Ue, che dice queste cos, spiace che sia lo stesso Fitto Ministro a gestione del PNRR e sia lo stesso Fitto già Presidente della Regione Puglia, che queste questioni della coesione territoriale dovrebbe conoscerle bene.