Sul 3,1 per cento di deficit confermato dall’Istat si è alzato un polverone. A parte il fatto che il vincolo del 3 per cento non è più così stringente, Pil ed entrate sono aumentati. Sono le previsioni sbagliate sulla spesa ad aver determinato il risultato.
Le revisioni dell’Istat
Il deficit del 2025 resta al 3,1 per cento del Pil. Ma prima di trasformare quel decimale in un caso politico conviene mettere ordine nei numeri. La revisione appena pubblicata dall’Istat dice che la crescita reale migliora: per il 2024 passa dallo 0,8 all’1,1 per cento, mentre per il 2025 sale dallo 0,5 allo 0,6 per cento.
Sono buone notizie anche sul fronte delle entrate, superiori di circa 2 miliardi rispetto alle stime di aprile. Con il solo aumento del denominatore – il Pil – e con le maggiori entrate, il rapporto deficit/Pil sarebbe sceso sotto il 3 per cento. A impedirlo sono state le uscite: l’Istat registra circa 2,5 miliardi di spesa in conto capitale in più, mentre le spese correnti rimangono pressoché invariate. Alla fine, l’indebitamento netto resta al 3,1 per cento del Pil, contro il 3,4 del 2024, mentre il saldo primario migliora dallo 0,5 allo 0,8 per cento.
Resta la soglia, ma conta di più il percorso
La prima conclusione è che non bisognerebbe fissarsi troppo sul 3 per cento. La soglia resta un parametro del Trattato e conta ai fini della procedura per deficit eccessivo. Ma con le nuove regole europee non è più corretto ragionare come se scendere dal 3,1 al 2,9 liberasse automaticamente due decimali di Pil da spendere.
Il vincolo operativo fondamentale è ormai il percorso pluriennale della spesa netta stabilito nel Piano strutturale di bilancio. Un “conto di controllo” registra gli scostamenti dal percorso concordato. Uscire dalla procedura è importante, ma non azzera quel vincolo né consegna al governo mezzo punto di Pil da utilizzare liberamente nella prossima legge di bilancio.
Per questo è curioso che il decimale tra 2,9 e 3,1 sia diventato il centro del dibattito. Il governo ne aveva fatto il simbolo della propria prudenza fiscale e dell’uscita anticipata dalla procedura europea. Ma il punto resta il rispetto del sentiero della spesa netta. Se emergeranno margini, sarà prudente non impegnarli immediatamente in nuove misure permanenti, come per esempio l’abolizione del bollo auto.
La questione Superbonus
C’è però un secondo punto, più concreto. Il mancato raggiungimento del 3 per cento non nasce da un errore dell’Istat. Nasce da una sottostima delle spese nelle previsioni del ministero dell’Economia e delle Finanze. È importante perché si è fatta strada una spiegazione semplice: tutta colpa del Superbonus e delle successive revisioni statistiche. La storia è più complicata. Lo avevamo segnalato in precedenza, ma oggi assume nuova rilevanza: la responsabilità non può essere della norma originaria del 2021, ma semmai del monitoraggio della spesa nel 2025.
Dopo il decreto legge n. 39 del 29 marzo 2024 è stata di fatto eliminata la possibilità di cedere il credito d’imposta. È però rimasta una coda per chi aveva già comunicato l’inizio lavori e fatturato il primo Sal. Per questi interventi il governo ha consentito fino a tutto il 2025 di continuare a beneficiare della cedibilità.
A fine ottobre 2025 risultavano, dai dati Enea, lavori imputabili al Superbonus per quasi 4 miliardi. La possibilità di comunicare la chiusura dei lavori entro il 16 marzo 2026 creava certamente incertezza sull’importo definitivo da imputare al 2025.
Tra il Documento programmatico di finanza pubblica presentato a fine ottobre e i dati Istat usciti in marzo, la voce dei contributi agli investimenti, nella quale rientrano le spese da Superbonus nel caso dei crediti pagabili, aumentava però di 6,6 miliardi. Nel Dpf di aprile il governo indica una spesa complessiva riconducibile al Superbonus nel 2025 pari a 8,4 miliardi.
Alla data del Dpfp il governo sapeva che fino a settembre Enea aveva rilevato circa 4 miliardi di lavori conclusi. Quella cifra avrebbe quindi dovuto essere già incorporata nelle previsioni di ottobre. Rispetto agli 8,4 miliardi definitivi, la parte aggiuntiva attribuibile al Superbonus era dunque di circa 4,4 miliardi.
È difficile quindi sostenere che lo scostamento fosse del tutto imprevedibile. Si conosceva il numero delle richieste autorizzate e si sapeva che tutte avrebbero dovuto essere chiuse entro il 16 marzo 2026, data dopo la quale non era più possibile fruire dell’agevolazione.
L’aumento delle uscite
Il dibattito degli ultimi giorni si è concentrato sull’ulteriore incremento delle uscite in conto capitale, pari a 2,488 miliardi rispetto alla stima di aprile e dovuto, secondo l’Istat, principalmente agli investimenti. Il comunicato non pubblica una ripartizione per ente. Una ricostruzione del Il Sole 24 Ore, ripresa da A.I.FERR, attribuisce circa 700 milioni a investimenti di Rfi e Anas e circa 1,3 miliardi a operazioni di partenariato pubblico-privato entrate nel perimetro dei conti pubblici; per la parte restante non è disponibile un dettaglio analitico.
Non si tratterebbe quindi di una nuova coda del Superbonus. Ma quest’ultimo scostamento non deve far dimenticare quello quantitativamente più rilevante emerso già ad aprile: allora i contributi agli investimenti furono rivisti al rialzo di 6,6 miliardi, di cui circa 4,4 riconducibili alla parte finale del Superbonus e altri 2,2 miliardi non spiegati.
Con la nuova rilevazione il quadro cambia solo in parte. La crescita dei contributi agli investimenti nel 2025 è ora stimata al 22,8 per cento, non più al 24,7, perché è stato rivisto al rialzo anche il livello del 2024. Applicando la nuova dinamica al dato del 2024, lo scostamento rispetto ai 31,7 miliardi del Dpfp si colloca attorno a 6,1 miliardi. Sottraendo i 4,4 miliardi attribuibili alla parte finale del Superbonus, resta una differenza di circa 1,7 miliardi. Non più 2,2, dunque, ma ancora una cifra significativa.
Qui sta il punto che la discussione sul “buco dell’Istat” rischia di nascondere. L’Istituto di statistica ha fatto il proprio mestiere: ha incorporato informazioni più complete, nuove fonti e revisioni metodologiche. Le revisioni dei conti nazionali sono fisiologiche e quella appena pubblicata, peraltro, aumenta il Pil e migliora la crescita stimata.
Il problema è a monte. Se entrate e Pil sono stati rivisti al rialzo, mentre il deficit non migliora, significa che le uscite sono risultate superiori alle previsioni. Quelle attribuite al Superbonus avrebbero potuto essere previste molto meglio, date le informazioni disponibili. Il vero problema di finanza pubblica sta nella capacità di prevedere e controllare la spesa.
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È professore ordinario di Economia dell'Università degli studi di Milano. Phd. in economia alla London School of Economics, è stato visiting scholar presso il Massachussetts Institute of Technology di Boston e l'Università di Berkeley. I suoi principali interessi scientifici riguardano l'economia del lavoro e in particolare temi legati a disoccupazione, disuguaglianza e redistribuzione. È stato, durante il governo guidato da Paolo Gentiloni, consigliere economico del presidente del Consiglio.
Si è laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano. Ha conseguito il Master in Economics a Louvain-la-Neuve e il dottorato in Economia Politica all'Università Federico II di Napoli. E' stato Marie Curie post-doc fellow alla LSE. Si occupa di temi di economia pubblica e political economy con particolare riguardo alla finanza locale. Ha insegnato all'Università Cattolica di Milano e all'Università di Novara e Ferrara. E' professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest'ultima Università e research affiliate presso l'IEB dell'Università di Barcellona. Ha svolto e svolge attività di consulenza per vari enti pubblici. È stato membro del comitato direttivo della Siep (Società Italiana di Economia Pubblica) per il periodo 2015-2021. È redattore de lavoce.info. @leonziorizzo su Twitter.
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