Il decreto sulla soglia di studenti stranieri per classe identifica situazioni eccezionali in poche zone con recenti e massicci flussi di ingresso. Parte da un’analisi sbagliata e non permette di affrontare il problema serio della segregazione scolastica.

In quante scuole si supera la soglia del 30 per cento?

Il recente decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri che fissa al 30 per cento la soglia di concentrazione di studenti di origine straniera con deficit linguistici nella stessa classe ha suscitato un diffuso dibattito nel paese, in cui sulla conoscenza del problema sono prevalse le posizioni ideologiche ed emotive. Cerchiamo di comprendere i contenuti e l’impatto del decreto sulla base dei dati disponibili e della ricerca EDIN, Understanding school effects, finanziata da Fondazione Cariplo e realizzata da LPS, Laboratorio di Politica Sociale del Politecnico di Milano.

La concentrazione di alunni stranieri nel ciclo dell’obbligo risulta elevata nelle città del Nord: solo Bologna, Milano, Torino e Venezia hanno una quota di studenti sopra il 20 per cento. Gran parte di questi studenti (circa due terzi) sono di seconda generazione (vedi tabella 1).  In Italia, prendendo come riferimento la scuola media, le classi con oltre il 30 per cento di stranieri sono il 12 per cento, quelle con oltre il 50 per cento rappresentano il 3 per cento sul totale (vedi tabella 2). Si tratta dunque di un fenomeno circoscritto. Considerando che la prima generazione conta per un terzo degli stranieri, in quasi nessuna scuola del paese si ha una concentrazione che raggiunge il 30 per cento.

Tabella 1 – Quanti stranieri nelle scuole medie delle grandi città? In quali soprattutto? (dati 2023-2024)

Tabella 2 – In quante classi si supera il 30%? In Italia e nei capoluoghi – Terza media, anno 2023-2024

Nelle grandi città del Nord la segregazione scolastica è determinata innanzitutto dalla distribuzione spaziale delle famiglie straniere, che si concentra in aree a basso costo abitativo. La concentrazione di questi bambini nelle scuole, tuttavia, supera notevolmente quella dei territori corrispondenti. Come mai? È la conseguenza del “white flight”: la tendenza di molti italiani a iscrivere i figli in scuole più lontane, ma con una composizione sociale ed etnica meno eterogenea. La somma delle scelte individuali, per quanto comprensibili, crea così un problema collettivo che richiede di essere gestito.

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L’impatto del decreto

Il decreto legge ha il merito di evidenziare il problema, ma offre una risposta inefficace, fondata su un’interpretazione sbagliata della situazione. Se la soglia del 30 per cento appare ragionevole e corroborata da diverse analisi che segnalano una caduta progressiva dei rendimenti scolastici una volta che sia superata, il decreto offre tuttavia soluzioni operative di difficile attuazione e persino controproducenti.

La tabella 3 mostra una stima provvisoria, sviluppata a partire da dati del ministero della Pubblica istruzione e del merito riferiti al 2022-2023 (gli unici disponibili) e su estrapolazioni, che sebbene non siano verificabili con precisione, sono corroborate da alcune prove logiche (per un approfondimento sulle stime effettuate). Dalle stime emerge che le classi prime eccedenti il 30 per cento sarebbero 155 su tutto il territorio nazionale, interessando alcune centinaia di studenti stranieri: una quota pari allo 0,2 per cento sul totale. Rispetto ai 69mila studenti stranieri di prima generazione oggi presenti nelle prime classi delle scuole italiane, quelli che rientrano nei criteri identificati dal decreto sarebbero 26mila (il 38 per cento), ma solo poche centinaia di questi studenti frequenterebbero classi in cui la quota di alunni stranieri supera il 30 per cento. In base a criteri deduttivi (che identificano due situazioni estreme: tutti gli studenti potenzialmente “eccedenti” equidistribuiti nelle classi, oppure concentrati in classi esclusive), i casi di classi eccedenti il 30 per cento possono andare da zero ad alcune centinaia in tutta Italia. Il decreto dunque identifica situazioni eccezionali, che riguardano soltanto territori caratterizzati da recenti e massicci flussi di ingresso.

Tabella 3 – Stima dell’impatto del decreto legge sulla concentrazione delle classi oltre il 30 per cento

Un’analisi sbagliata

Il decreto si fonda su un’analisi fallace della segregazione scolastica.Sostenere che il problema sia risolvibile spostando gli stranieri di recente immigrazione in altre classi, presuppone implicitamente che il responsabile dell’“eccedenza” sia lo straniero stesso.In realtà, la concentrazione degli stranieri nelle scuole è spesso causata dagli italiani, soprattutto di classe media, che evitano la scuola locale e si spostano altrove.

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Ha senso selezionare gli stranieri “eccedenti” e spostarli nelle scuole in cui si sono diretti gli italiani proprio allo scopo di evitarli? Non sarebbe più efficace rendere le scuole di quartiere più attrattive per gli italiani, aumentando qualità e motivazioni degli insegnanti e, quindi, dell’offerta educativa? Non si potrebbero incentivare meccanismi di cooperazione tra scuole dello stesso territorio, e non di competizione come avviene oggi, chiedendo loro di collaborare nella distribuzione dei nuovi studenti in modo da evitare eccessive concentrazioni?

In sintesi, il decreto sembra avere limitata efficacia e non legge in modo adeguato la realtà della segregazione scolastica. Che è invece un problema importante: la fuga degli italiani e il ritardo nei livelli di apprendimento in molte scuole segnate da concentrazione di studenti svantaggiati – italiani e stranieri – meriterebbe uno sforzo politico serio. Un decreto incompleto e poco efficace, che si focalizza sul sintomo senza colpire le cause e che finisce per imputare il problema solo alla presenza eccessiva degli stranieri, rischia di aumentare ancora di più la fuga da queste scuole, peggiorando la situazione che forse intende migliorare.

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