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Da Johannesburg a Nuova Delhi: come cambia l’economia mondiale

Dopo il vertice dei Brics di Johannesburg e quello dei G20 a Nuova Delhi molto sembra cambiato per l’economia mondiale. I Brics ambiscono a costituire un blocco alternativo a quello occidentale. Ma si apre una competizione strategica tra Cina e India.

I Brics diventano Brics Plus 

Dopo il vertice dei paesi Brics di Johannesburg e quello dei G20 a Nuova Delhi che cosa è cambiato per l’economia mondiale? Sembra davvero molto, ma a sorprendere è soprattutto la trasformazione avvenuta nelle due settimane trascorse tra i due summit, nelle quali Pechino si è rapidamente defilata dal palcoscenico. 

Mentre infatti a Johannesburg il presidente cinese Xi Jinping era presente nelle vesti di protagonista, a Nuova Delhi non si è visto. Per alcuni si è trattato di una ritirata strategica per mostrare la propria insoddisfazione verso l’attuale governance globale delle relazioni internazionali; per altri di un atto di ostentata freddezza nei confronti del presidente indiano Narendra Modi a causa di frizioni pregresse. Per altri ancora, come suggerito per esempio dal presidente americano Joe Biden, si è trattato semplicemente del fatto che il leader cinese è alle prese con pressanti problemi economici interni (“has his hands full” with that country’s current economic slowdown and rising unemployment).

Cominciamo da Johannesburg (22-24 agosto). Vari giudizi sono stati espressi sull’esito del vertice in Sud Africa. Il più diffuso è che sia stato un evento epocale. In virtù dell’invito esteso dagli stati a cui si deve l’acronimo (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ad Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, nei prossimi mesi comincerà a prendere forma uno schieramento con l’ambizione di porsi come valida alternativa, non solo a parole ma anche nei fatti, alla consolidata egemonia politica ed economica del blocco di ispirazione occidentale che ruota intorno al G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti).

I commentatori, soprattutto occidentali, hanno espresso diversi dubbi sull’effettiva coesione strategica di quello che, dopo l’allargamento, la Cina ha proposto di chiamare Brics Plus. Sotto il profilo politico, si tratta di un coacervo di autarchie e democrazie più o meno compiute, con pochi valori realmente condivisi. Sotto il profilo economico, sono state sottolineate l’eterogeneità di sviluppo e le tensioni che potranno scaturire dalla mancanza di chiari interessi comuni, ovviamente a parte il desiderio di maggiore autonomia dell’ordine globale rispetto alle priorità del G7. 

Due aspetti in particolare meritano un approfondimento. Il primo è che il perimetro dei Brics (e ancor più dei Brics Plus) non corrisponde a nessun accordo di libero scambio né ci sono progetti ambiziosi in tal senso. Per alcuni commentatori questo priverebbe di mordente l’intera iniziativa, nella misura in cui non offrirebbe ai paesi in via di sviluppo una valida alternativa di politica commerciale rispetto al tradizionale modello liberista occidentale.

Non è necessariamente così. Per cominciare, tutti i Brics originari e tutti i nuovi arrivati sono nazioni leader e forze economiche importanti all’interno delle rispettive aree di libero scambio regionali. Come suggerito in una recente nota della società di consulenza Dezan Shira & Associates, è utile pensarli come singole gambe che, appoggiandosi su mattonelle diverse ma comunque solide, rendono la sedia più stabile. Grazie alla “strategia della sedia”, l’allargamento permetterà al gruppo originario dei Brics non solo di raggiungere un’influenza commerciale maggioritaria in Sud America e Medio Oriente, ma anche di consolidare quella che già aveva in Africa e Asia. Abbracciando tutto il mondo, le relazioni economiche dei Brics Plus potrebbero rendere il G20, almeno in alcuni ambiti, sostanzialmente obsoleto. 

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La scommessa è quella di poter invertire con successo la logica costitutiva del modello occidentale di relazioni commerciali, che prevede prima la creazione di strutture istituzionali condivise e poi la negoziazione di accordi consensuali tra paesi su temi specifici. Il fatto che i Brics (e ancora di più i Brics Plus) non rappresentino un blocco commerciale istituzionalizzato potrebbe dare ai suoi membri la possibilità di stipulare accordi con maggiore rapidità, sistemando le strutture istituzionali successivamente. In tutto questo, nella dialettica con l’Occidente, vale la pena evidenziare che il fatto che non esista un “segretariato” specifico dei Brics implica che quei paesi non possono essere sanzionati come gruppo.

Le differenze dal modello di sviluppo occidentale

Un’altra ragione per cui la mancata formalizzazione di un accordo commerciale non implica necessariamente che i Brics non possano offrire una via alternativa di sviluppo è che utilizzare le categorie analitiche occidentali (coordinamento economico vuol dire libero scambio) può essere fuorviante. Come discusso da Simon Evenett e André Brotto Reigado dell’Università di San Gallo in un recente articolo ripreso anche da Bloomberg, ci sono almeno tre aree in cui i Brics si differenziano dal modello occidentale di sviluppo: il disegno delle barriere di accesso al mercato, le restrizioni alle esportazioni e l’uso dei sussidi.

Dalla Cina in giù, i Brics Plus sono paesi in cui lo stato interviene sul mercato molto più che nelle economie occidentali e lo fa con modalità diverse. In termini di barriere di accesso al mercato, agli strumenti doganali (dazi, contingentamenti e divieti alle importazioni), si preferiscono restrizioni più opache sulle licenze di vendita. Si agisce in modo più proattivo sulla composizione dei flussi di commercio in uscita, generalmente attraverso tasse sulle esportazioni. Si fa un uso molto più massiccio di sussidi alle imprese locali mobilitando grandi quantità di soldi pubblici.

Questo aspetto è il più preoccupante emerso dal vertice dei Brics. Da un lato, ha il potenziale di destabilizzare le economie occidentali, laddove per emulazione anche i paesi del G7 stanno annacquando il loro tradizionale modello di sviluppo per dare più spazio allo “stato imprenditore”, spesso rischiosamente declinato come “politico imprenditore”. Dall’altro lato, un modello di politica commerciale fortemente basato sui sussidi può anche finire per frustrare le ambizioni della galassia Brics, laddove non tutti i paesi in via di sviluppo hanno le risorse fiscali necessarie a replicare gli interventi pubblici dei membri più ricchi. Capire queste dinamiche è fondamentale per le aziende che cercano di entrare o espandersi nei mercati dei paesi Brics e per i governi stranieri che pensano di avviare negoziati per accordi di libero scambio con tali paesi.

Rimanendo sempre a Johannesburg, il secondo aspetto meritevole di approfondimento e quello che più rimanda al G20 di Nuova Delhi, è che, nell’ambito di un rapporto in principio tra uguali, uno dei paesi dei Brics è di fatto “più uguale” degli altri. Si tratta naturalmente della Cina. Nel suo ruolo di “officina del mondo”, Pechino ha bisogno di moltissime materie prime e negli ultimi due decenni ha gestito con cura il loro approvvigionamento dal resto dei Brics (togliendo la “C”, chiamiamoli Bris) senza diventarne troppo dipendente. Questo ha creato una relazione commerciale asimmetrica. Un quinto delle materie prime cinesi proviene dai Bris, mentre un terzo delle materie prime Bris è esportato in Cina. Pechino ha pertanto saputo mantenere un bacino di fornitori molto più diversificato di quello di clienti dei Bris. 

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In altre parole, quando si parla di materie prime, la Cina è più importante per i Bris che viceversa. Paradossalmente, poiché l’asimmetria non si riscontra nel caso dei prodotti finali, la composizione dei flussi commerciali tra Pechino e i Bris potrebbe far pensare a quella che c’era in passato tra le potenze coloniali e le loro colonie. È questa sudditanza economica l’obiettivo che i Brics Plus vogliono ottenere? 

Il protagonismo dell’India

Al vertice di Nuova Delhi si è capito che, almeno per quanto riguarda l’India, la risposta alla domanda precedente è decisamente negativa. 

Da un lato, l’India ha sfruttato la presidenza del G20 non solo per aumentare la propria influenza nel “Sud globale”, ma anche per posizionarsi come un ponte tra l’Occidente e quella parte del mondo. Per esempio, durante il vertice è stata approvata la proposta indiana di aggiungere l’Unione africana come membro del G20. Dall’altro lato, l’India ha colto l’occasione per definire e perseguire iniziative diplomatiche selettive, che non coinvolgono necessariamente tutti i membri del G20. Tra queste: l’accordo con l’Unione europea, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli Stati Uniti per finanziare e costruire il cosiddetto Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) che collega l’India al Golfo; la Global Biofuel Alliance, con Argentina, Bangladesh, Brasile, Italia, Mauritius, Singapore e Stati Uniti, per sviluppare e promuovere i biocarburanti sostenibili; l’accordo nel cosiddetto gruppo Ibsa (India, Brasile e Sud Africa) per lavorare con gli Stati Uniti sulla riforma delle banche multilaterali di sviluppo.

È significativo che nessuna di queste iniziative coinvolga la Cina (con l’Imec che si pone apertamente in concorrenza con la Belt and Road Initiative, cioè la “nuova via della seta” promossa da Pechino). Non è una coincidenza. La competizione strategica tra Cina e India si è intensificata da quando Xi Jinping è salito al potere alla fine del 2012. Per più di un decennio, Pechino ha utilizzato il suo peso economico e militare per cercare di influenzare il comportamento dell’India e limitarne le scelte in campo internazionale. Nuova Delhi ha risposto avvicinandosi agli Stati Uniti e ai suoi alleati e criticando pubblicamente la Bri. Adesso che il leader cinese “ha altri problemi tra le mani”, il processo sembra aver subito un’accelerazione.

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  1. Savino

    In pochi finora si erano accorti che il mondo andava avanti grazie a capitali di Stato solitamente non mediatiche.

  2. Salvatore Tripodi

    Non hanno un paese leader che possa trainare questa locomotive priva di ogni fondimento .E’ stata vouluta dalla Russia per togliere questa egemonia politica mondiale degli Stati Uniti.

    • Angelo

      Concordo e in più, oltre ad un paese guida (non vedo la Cina in questo ruolo) non capisco quali possano essere gli interessi convergenti di tutti quei paesi. La stessa Opec ha spesso difficoltà ad adottare una politica comune e li l l’interesse, almeno in parte, e’ palese.

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