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Come aiutare i Neet a rientrare nel mercato del lavoro

I Neet in Italia sono tanti e tra di loro ci sono soprattutto giovani disoccupati di lungo periodo e scoraggiati. Coinvolgere queste persone nelle politiche attive non è però facile. In Germania ci sono riusciti con un programma ben definito.

Giovani e lavoro in sette paesi

Nel 2022, secondo i dati Eurostat, l’Italia si trovava al secondo posto in Europa, dietro solo alla Romania, per il più alto tasso di Neet (not in education, employment or training) tra i giovani (15-29 anni). Si tratta di un problema cronico: la quota di giovani che non studiano, non lavorano o non seguono corsi di formazione è sempre stata molto elevata nel nostro paese.

Dalla semplice lettura dei dati appare evidente come il programma Garanzia giovani, avviato nel 2014 proprio per contrastare il fenomeno, non abbia ottenuto i risultati sperati. La stragrande maggioranza delle risorse dello strumento hanno riguardato prevalentemente tirocini extra-curriculari sovvenzionati o incentivi occupazionali e difficilmente sapremo mai quanto siano stati efficaci.

In un recente lavoro, al quale ho collaborato con diversi autori, dal titolo “Insieme per un futuro sostenibile: giovani e lavoro”, viene presentata una panoramica della situazione dei giovani e il lavoro in sette paesi europei. Al termine dello studio è emersa una domanda di ricerca importante: come si intercettano e successivamente si avviano alla politica attiva i giovani Neet? Si tratta di un problema complesso, non solo italiano, ma che coinvolge in diversa misura tutti i paesi europei.

Dallo studio possiamo comprendere che in Italia il fenomeno Neet riguarda soprattutto una quota rilevante di giovani disoccupati di lungo periodo e che è molto elevata la quota degli scoraggiati. D’altronde, se il mercato del lavoro d’ingresso è un mercato in prevalenza “precario” – e quindi un giovane che inizia a lavorare trova prevalentemente contratti atipici (o nel sommerso), mal pagati e discontinui – il rischio che possa finire in poco tempo tra i Neet e che si scoraggiarsi nel cercare nuove opportunità è fortissimo. Ai giovani italiani scoraggiati, in un futuro molto prossimo, dovremo poi sommare una quota elevata di giovani migrati che abbandonano precocemente il sistema scolastico e il cui recupero è ancora più difficile.

Le politiche attive non sono una borsa griffata

Coinvolgere e comunicare con gli utenti è importante. Tuttavia, la letteratura evidenzia l’enorme difficoltà di successo della comunicazione (sia social che cartacea) riguardo la partecipazione alle politiche attive, soprattutto per i target più svantaggiati. Infatti, nel caso di una campagna di comunicazione dedicata ai percorsi di riqualificazione i soggetti più consapevoli dell’importanza del miglioramento delle competenze sono quelli con i livelli di istruzione più elevati.

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A sostegno del tema relativo alla difficoltà di attivare le persone dopo iniziative di comunicazione, vale la pena citare Gerard J. Van den Berg, Christine Dauth, Pia Homrighausen e Gesine Stephan, chehanno analizzato l’efficacia dell’utilizzo di opuscoli informativi nel favorire la partecipazione a un programma di formazione. Hanno scoperto che, sebbene l’opuscolo aumentasse la consapevolezza del programma dei soggetti “trattati”, non aumentava la loro partecipazione alla formazione.

La maggior parte dei centri per l’impiego europei utilizza una varietà di canali per promuovere le politiche attive, che vanno dai volantini fino ai propri siti web e alle pagine dei social media. Anche con attività promozionali così diffuse, l’esperienza dei Cpi estoni mostra come occorra molto tempo prima che potenziali beneficiari vengano a conoscenza dei programmi ed è ancora più difficile che partecipino alle iniziative. D’altronde i social media possono essere efficaci nell’acquisto di una borsa griffata, ma difficilmente lo sono per le politiche attive. Allora, dobbiamo chiederci: come intercettiamo i giovani?

L’esperimento tedesco: Jugend stärken im quartier

In Germania, tra le iniziative federali, il programma di punta nel piano di recupero dei Neet si chiama Jugend Stärken. All’interno del programma, avviato nel 2007, quello che più interessa al caso italiano, è il Jugend Stärken Im Quartier (JustiQ), iniziativa che si rivolge ai giovani under-26, con o senza background migratorio, non coinvolti in attività formative, professionali o assistenziali (per esempio, giovani che abbandonano la scuola, che interrompono un percorso professionale o immigrati con forte bisogno di integrazione).

L’obiettivo è stato quello di coinvolgere i soggetti in iniziative facilmente accessibili sul territorio e favorirne così l’integrazione sociale, educativa e professionale. Il programma associava servizi assistenziali socio-pedagogici da parte di personale qualificato tramite case management o streetwork ad attività concrete su territori problematici, al fine di promuovere il rafforzamento sia delle competenze del soggetto sia della comunità locale.

Tra il 2015 e il 2022 i progetti del JustiQ hanno coinvolto quasi 100 mila giovani. Nella prima fase di finanziamento (1° gennaio 2015 – 31 dicembre 2018), il programma è stato attuato in 178 comuni, mentre la seconda fase di finanziamento (1° gennaio 2019 – 30 giugno 2022) ne ha coinvolti 158. Il budget per entrambe le fasi è stato intorno ai 120 milioni di euro(finanziati da fondi comunitari). In generale, dopo aver partecipato al progetto, la cui durata media era di 9 mesi, quasi il 59 per cento dei partecipanti ha trovato lavoro o completato un percorso di istruzione professionale.

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La figura più interessante in questo progetto è quella dello streetworker, un profilo che risale agli anni Settanta nei centri urbani americani. Questo “operatore di strada” (in prevalenza under-30) ha una specializzazione nell’assistenza sociale giovanile (laureati in scienze sociali oppure persone formate specificatamente per questa attività che accompagnano o collaborano con gli assistenti sociali). L’attività di streetwork a volte fa parte di un approccio integrato a livello istituzionale, ma nella quasi totalità dei casi si tratta di un intervento autonomo, in cui gli operatori operano da soli nei quartieri urbani. Il contesto di lavoro è soprattutto quello delle periferie dove i giovani si riuniscono per socializzare e il loro punto di forza è quello di avere profondi legami con le comunità in cui intervengono; il contatto con i giovani avviene attraverso processi informali, attività sportive e di gaming. Nella fase di contatto non vengono promosse attività di politiche attive: saranno proposte solo nel momento in cui il giovane si riattiva socialmente.

In Italia esistono centinaia di progetti analoghi, ma qui si tratta di un programma strutturato che permette di far nascere nuove professioni. In altri termini, non si tratta di progetti occasionali, spesso sporadici e basati su poche risorse: questa è la vera innovazione del JustiQ, ovvero aver capito come spendere bene le risorse comunitarie delle politiche attive.

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  1. Savino

    Le aziende non possono continuare a cercare solo lavoratori ultra 50enni.
    I Neet sono anche un fenomeno dovuto all’arretratezza culturale dell’impresa italiana che non è capace di vedere i talenti o le semplici abilità tecnologiche, preferendo una fantomatica esperienza che poi si traduce in una scarsa produttività e in scarsa volontà ad innovare. Le aziende italiane vogliono solo monotonia e mono prodotto ed è questo il problema.

  2. andrea naldini

    Politiche simili a livello nazionale furono tentate negli anni ’90 dal dipartimento per i giovani della PdC. Iniziativa, credo mai valutata nè proseguita in modo sistematico.
    Figure simili ai JustiQ si possono sviluppare anche nella scuola. L’assistente socio-pedagogico a sostegno dei giovani con problemi come figura stabile nelle scuole medie e superiori sperimentata con successo in Provincia di Bolzano può essere di ispirazione. Sarebbe poi bello pensare ad una rete di collaborazione tra queste figure e JustiQ. Forse è osare troppo.

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