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Precarietà, il lato oscuro del mercato del lavoro

La “precarietà” riguarda 7 milioni di persone tra lavoratori a termine, disoccupati e inattivi disponibili al lavoro. Il fenomeno chiama in causa anche la qualità delle offerte di lavoro. Sarebbe utile rendere più onerosi i contratti a tempo determinato.

I numeri della questione

Ottantatré per cento, ripetiamo ottantatré per cento, è questa la percentuale che dovete ricordare: nel 2022 su oltre 8.100.000 nuove assunzioni, appena il 17 per cento era a tempo indeterminato. La “precarietà” si evidenzia nell’enorme difficoltà di stabilizzare questo esercito di contratti atipici: confrontando, infatti, i dati annuali delle comunicazioni obbligatorie con il cartogramma delle forze lavoro Istat, possiamo presumere che solo un quinto dei circa 3,2 milioni di lavoratori a termine abbiano una possibilità di stabilizzazione e il calcolo non tiene conto dei circa 300 mila tirocini extra-curriculari, quindi il dato reale è peggiore di quanto è possibile stimare.

Il peso dei contratti atipici resta marginale (meno del 20 per cento) rispetto al totale dei contratti di lavoro in Italia, seppur dal 2013 siano cresciuti notevolmente (oltre 30 per cento); il problema è la prospettiva con cui si leggono questi dati, soprattutto se a guardarli sono persone che devono entrare nel mercato del lavoro.

In Italia, se sommiamo ai 2,5 milioni di lavoratori atipici non stabilizzati, i disoccupati (circa 2 milioni) e gli inattivi disponibili al lavoro (circa 2,4 milioni) raggiungiamo la non inviabile cifra di 7 milioni di individui. Si tratta di una quota enorme di soggetti che rappresentano il “lato oscuro” del mercato del lavoro, caratterizzato spesso da carriere professionali discontinue; per gli inattivi la quota è costituita da persone che non cercano lavoro perché impossibilitate a causa della cura di un non autosufficiente (bimbi o anziani) o perché “scoraggiati” per effetto della cosiddetta “depressione da ricerca”, amplificata e non diminuita con la rivoluzione digitale e la ricerca del lavoro online.

Pochissima di questa disoccupazione è dovuta a un problema di mismatch di competenze, dove si presuppone che esisterebbe un mercato del lavoro di posti stabili ben remunerati pronti a essere colti, basta acquisire le giuste competenze. Sia ben chiaro, entrambi gli autori dell’articolo sostengono che la precarietà va contrastata attraverso nuove competenze appetibili sul mercato del lavoro, ma questa tesi è una visione “macro”, spesso troppo accademica, che si scontra con la realtà di attuare un progetto del genere in un contesto come quello italiano.

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Qualsiasi operatore dei servizi per l’impiego potrà confermare che è estremamente difficile riqualificare la quasi totalità di queste persone verso una professione che richiede un percorso di medio-lungo periodo con un esame finale: se va bene, si riesce a coinvolgere il 10 per cento, di cui forse quasi la metà arriverà ad acquisire una nuova qualifica professionale. 

La qualità delle offerte di lavoro

Supponiamo che su 7 milioni di persone, miracolosamente si riuscisse a coinvolgerne 700 mila, tra lavoratori poco qualificati, disoccupati e inattivi e di conseguenza si realizzasse un maxi-progetto di qualificazione professionale per adulti (che richiederebbe anni): ci sarebbero poi opportunità di impiego in linea con le competenze acquisite? Qui sorge un altro problema, la qualità dei lavori offerti.

Mettendo insieme l’analisi delle forze lavoro per “branca di settore economico” e le analisi delle principali qualifiche professionali nel Rapporto annuale sulle Cob 2022 (pag. 37), emerge che quello italiano sia in termini di stock e di flusso un mercato a bassissime qualifiche, quindi ci chiediamo dove sono questi milioni di posti di lavoro altamente qualificati che spesso emergono da indagini sulle difficoltà di reperimento della domanda di lavoro?

Avevamo già evidenziato che i tanto criticati navigator, di cui oggi molte regioni avrebbero urgente necessità, avevano contattato 300 mila aziende, attraverso azioni di marketingsul territorio e spesso la qualità delle proposte di lavoro raccolte era pessima: poche offerte, di scarsa qualità e spesso di brevissimo periodo. Fino a oggi, poche regioni, tra cui il Friuli-Venezia Giulia, hanno creato uno stabile servizio dedicato a contattare in modo continuativo le aziende per raccogliere “vacancies” su cui fare l’incontro con l’offerta di lavoro.

La difficoltà a “piazzare” sul mercato persone qualificate deriva spesso dalla mancata realizzazione di protocolli (se non in rarissimi episodi) tra associazioni datoriali o singole realtà imprenditoriali e i servizi formativi del lavoro regionali. In diversi casi, dopo clamorosi annunci giornalistici, molti imprenditori si sono tirati indietro nel momento di prendersi “impegni formali”, come ad esempio percentuali di assunzioni dei disoccupati formati a spese del pubblico.

Su questo segnaliamo un piccolo esercizio realizzato qualche anno fa, che mostra un limite oggettivo sull’affidabilità nel tempo delle stime previsionali. L’Osservatorio del mercato del lavoro del Friuli-Venezia Giulia, in una ricerca del 2021, aveva evidenziato come solo in parte le previsioni emerse dall’indagine Excelsior fossero confermate dalle analisi realizzate con le comunicazioni obbligatorie e dai dati del Servizio regionale alle imprese, dove si osservava, da un lato, l’esistenza di numerose offerte di lavoro a bassa qualifica e, dall’altro, una discreta quantità di offerte di tecnici e qualifiche specializzate.

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Figura 1 – Le fonti a confronto: gruppi professionali. Regione Friuli Venezia Giulia. Anno 2021

Fonte: elaborazioni dati 2021 dell’Osservatorio del mercato del lavoro

L’eccessiva precarietà ha generato e genera sfiducia e scarsa motivazione alla formazione di competenze on the job: perché, infatti, investire tempo in capitale umano quando esistono “strategie” imprenditoriali (soprattutto nei servizi) caratterizzate da alto turn-over, bassa possibilità di carriera e salari da sopravvivenza? È anche per questo motivo che in Italia, in assenza di adeguate politiche abitative, i precari non possono accedere a un mutuo e quindi non si creano nuove famiglie.

Queste “strategie” imprenditoriali trascurano completamente il principio di responsabilità sociale, ne è un esempio il tirocinio extra-curriculare: la nostra convinzione è che vada abolito quando diventa (troppo spesso) uno strumento opportunistico per le imprese, ripetuto più volte sulla stessa mansione. In Italia ha assunto modalità di sfruttamento e malsane abitudini da parte di grandi e piccole imprese, oltre a rappresentare un fenomeno di spiazzamento nei confronti dell’apprendistato professionalizzante.

Sui contratti a tempo determinato, il discorso è molto più complesso. Infatti, oltre ai lavoratori stagionali, le imprese potrebbero effettivamente aver bisogno di manodopera temporanea per picchi di produzione, quello che proponiamo è di rendere più onerosi i contratti a termine. Le risorse ottenute non solo possono essere utilizzate per le politiche attive del lavoro, ma anche ad esempio per politiche di mobilità occupazionale, agevolazioni al credito, copertura di parte dei costi degli asili nido o delle strutture di degenza per non-autosufficienti e anche per l’accesso a un mutuo per i precari. In altre parole, l’idea è quella di far pagare di più i contratti a termine, in modo da far ricadere in parte i costi della precarietà sulle imprese utilizzatrici.

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Un consiglio che orienta alla disuguaglianza

  1. Savino

    L’invito ai giovani a fare famiglia e a comprare casa sono solo chiacchiere senza distintivo da parte di un mondo adulto che ha conosciuto altra realtà dove tutto era facile e dove bastava essere baciati dalla fortuna. I baby boomers ci risparmino le loro prediche, poichè senza titoli di studio e senza far niente si sono ritrovati in posizioni importanti nella società mentre oggi, ad esempio, per un ricercatore è durissima dovendo sgobbare su cose difficilissime e complessissime per un tozzo di pane.

    • davide isidoro pitasi

      non avrei saputo dirlo meglio…aggiungo solo che i boomers ma in generale tutta l’opinione pubblica ci risparmi i piagnistei sui giovani che ambiscono a fare l’influencer sui social e le ragazze che fanno bella vita vendendo foto e video su onlyfans…

      • Carlos Corvino

        La letteratura scientifica mette in evidenza, da alcuni anni, in riferimento ad una “flessibilità del lavoro concentrata sulle coorti in entrata nel mercato del lavoro (i più giovani), un effetto ambivalente sull’aumento dell’occupazione, una diminuzione dell’interesse al training on the Job da parte dei datori di lavoro e dei lavoratori, mentre una forte intensità della dinamica out-siders (meno protetti e meno tutele) e insiders (più protetti). Non solo, sulla base di ricerche condotte dall’osservatorio regionale del mercato del lavoro in FVG, emerge che l’incertezza economica e occupazionale crea un probabile effetto sulla denatalità.
        In altri termini i vostri commenti colgono nel segno. La precarietà è anche uno scontro generazionale latente nel mercato del lavoro. Oltre tutto, dal punto di vista politico e delle politiche, essendo i giovani pochi rispetto alle altre classi di età, si va incontro soprattutto alle esigenze delle classi più anziane, più numerose e con un peso elettorale maggiore. Un insieme di meccanismi a tutto vantaggio dei cosiddetti boomers e svantaggioso per le generazioni entrate nel mercato del lavoro da fine anni novanta in poi (generazione X – di cui faccio parte – e millenials).
        C’è da dire che, sempre dal punto di vista politico, le generazioni giovanili hanno partecipato di meno tanto con il voto, quanto con forme alternative di protesta.

  2. luciano pallini

    ma rendere più costo questo tipo di lavoro non implica aumento dei prezzi e quindi riduzione della domanda di beni e servizi da parte del consumatore e quindi riduzione della domanda di lavoro? e comunque se viene assorbito dalle aziende con minori profitti e minori capacità di investimento, di nuovo non si riduce la domanda di questo tipo di lavoro?

    • Angelo

      Non capisco se la sua vuole essere una provocazione, ma se non lo fosse concordo pienamente con lei. L’unica soluzione è abbassare i salari, anzi se possibile azzerarli, così le imprese faranno il pieno di profitti e non avranno problemi ad investire e a creare occupazione. Raggiungeremo la piena occupazione finalmente.

    • Carlos Corvino

      Occorre considerare che anche una maggiore precarietà può avere effetti depressivi sulla domanda aggregata, perchè l’incertezza economica e la discontinuità dell’occupazione portano i “giovani” e “giovani adulti” a consumare di meno.
      Senza considerare che esiste un problema abitativo enorme per le giovani generazioni: senza un contratto a tempo indeterminato (sostanzioso) è praticamente impossibile ottenere un mutuo.
      Noi pensiamo che, rendere i contratti a termine più costosi, facendo pagare un “prezzo” alle imprese per il rischio di impresa che viene scaricato sul lavoro a termine, oltre che una questione economica, sia anche una questione di equità sociale.

  3. Giusto il focus sulla precarietà: il confine tra lavoro, occupazione precaria, disoccupazione e precarietà è labile. Si costruiscono vere competenze e vera occupazione per la crescita e il ciclo di vita delle persone sulla continuità e la stabilità delle prospettive. Giusto anche il focus sulla necessità di valutare i dati su una base dati che ricomprenda il complesso dell’universo in esame.

  4. FRANCESCO

    Anche in Sardegna, da qualche anno, c’è un servizio dedicato esclusivamente a intercettare le vacancies delle imprese. Il resto è interessante, c’è sicuramente un problema ultra decennale di precarietà e di qualità della domanda, che riflette la struttura delle imprese e la bassa produttività del lavoro. GOL potrebbe essere l’occasione per favorire la formazione giovanile.

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