Difficile fare previsioni sulle conseguenze della nuova crisi energetica. Perché incerta è la sua durata e incerte le ripercussioni sul sistema macroeconomico. Il problema è che l’Italia resta tuttora dipendente dall’estero per gli approvvigionamenti.
Il più grande shock energetico della storia?
Ci risiamo. Come osserva l’ex ministro Alberto Clò, siamo alla settima crisi energetica degli ultimi settant’anni, in media una ogni dieci. Eccetto che tra la Guerra del Golfo del 1990-1991 e l’invasione dell’Ucraina del 2022 ne sono passati trenta, mentre tra quest’ultima e quella di oggi solo quattro. Se non se ne può negare la gravità, diversi esperti e osservatori ritengono che gli esiti durante il primo mese di conflitto in Iran siano meno negativi di quel che ci si poteva attendere. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno tutto sommato reagito rapidamente con misure per attenuare l’impatto sugli automobilisti e gli autotrasportatori. Nonostante le buone intenzioni, la prima manovra sulle accise e gli ultimi decreti potrebbero però finire per oscurare la gravità della crisi, che si teme possa essere prolungata e che, secondo il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia Fatih Birol, costituisce “il più grande shock energetico della storia”.
La novità è che con il blocco dello Stretto di Hormuz questa crisi non apre solo il tema di un aumento dei prezzi di gas e petrolio, ma apre anche il tema dei rincari di altre materie prime, con possibili ripercussioni fino ai prezzi agricoli. E apre pure un problema che coinvolge la logistica e la capacità produttiva del settore energetico dei paesi che si affacciano sul Golfo Persico, un fatto che potrebbe avere conseguenze per un certo periodo tempo a livello globale anche quando, come tutti speriamo, cessasse la guerra.
La situazione dell’Italia
In tutto questo, l’Italia si ritrova nuovamente nel mezzo di una crisi energetica in condizioni non molto diverse da quelle di quattro anni fa, ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina. I dati parlano chiaro: il grado di dipendenza energetica del nostro paese è attorno al 74 per cento, un valore tra i più alti in Europa – che in media importa circa il 57-58 per cento del suo fabbisogno energetico. La sicurezza degli approvvigionamenti è perciò un tema primario, che richiede un’attenzione continuativa da parte dei nostri governi e un elemento che ne condiziona le scelte e le decisioni politiche. Questa vulnerabilità ci espone più di altri alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alle tensioni geopolitiche.
Petrolio e gas naturale dominano il mix energetico nazionale, coprendo insieme oltre il 70 per cento del totale dei consumi di energia primaria: il gas naturale pesa circa il 35-36 per cento, mentre il petrolio si attesta tra il 34 e il 37 per cento. Quando diciamo gas intendiamo soprattutto generazione elettrica e riscaldamento, quando diciamo petrolio intendiamo soprattutto trasporti. L’Italia importa più del 90 per cento del suo fabbisogno nazionale di petrolio, poiché la produzione interna è marginale e copre solo una piccola frazione della domanda. Anche per quanto riguarda il gas naturale, per un consumo nel 2024 di circa 62 miliardi di metri cubi, la produzione nazionale è stata di poco più di 3 miliardi di metri cubi annui, mentre ne abbiamo importati 61 miliardi di metri cubi. Una dipendenza praticamente assoluta.
E le fonti rinnovabili? Hanno rappresentato il 52 per cento dell’elettricità immessa in rete, seguite dal gas per il 42 per cento, mentre il carbone ha contribuito per solo l’1,5 per cento.
Di cosa ci dobbiamo preoccupare
Dato questo quadro, due sono le preoccupazioni che turbano i sonni dei nostri ministri in questi giorni.
La prima è l’impatto degli aumenti dei prezzi degli idrocarburi sull’inflazione. È ancora fresco il ricordo del picco raggiunto nel 2022 (l’8,1 per cento, oggi è all’1.7 per cento, in aumento) e c’è forte preoccupazione per il potere d’acquisto delle famiglie in un contesto di bassi salari e per la competitività delle imprese che da tempo lamentano gli alti costi dell’energia. Pare difficile riuscire a evitare un impulso recessivo e un rimbalzo dell’inflazione, che potrebbero avere serie ripercussioni sociali e forse politiche. Il rischio è la stagflazione.
La seconda preoccupazione riguarda le quantità, cioè gli approvvigionamenti e la loro sicurezza nel brevissimo e breve periodo, un problema che potrebbe essere ancora più urgente dell’impatto sui prezzi.
Nel 2024 l’Italia ha ricevuto il 10-12 per cento del proprio fabbisogno di gas liquefatto (Gnl) dal Qatar, che ha ora dichiarato forza maggiore sui suoi contratti di fornitura per il danneggiamento delle proprie infrastrutture, che quindi sono ora a rischio. Dall’Algeria arriva il 39-45 per cento del gas e dall’Azerbaigian il 17-18 per cento, in entrambi i casi via gasdotto (Transmed e Tap). Seguono poi Russia (circa 4-9 per cento, in drastico calo rispetto al 40 per cento del 2021, via Tarvisio), Stati Uniti (8-9 per cento, esclusivamente tramite Gnl), Norvegia (3-5 per cento) e Libia (3-4 per cento). Il Gnl copre ormai circa il 25-30 per cento del fabbisogno nazionale: per il 45 per cento arriva dal Qatar, per il 35 per cento dagli Usa e per il 13,7 per cento dall’Algeria.
Così la presidente del Consiglio Meloni si è subito recata in Algeria per garantirsi la certezza delle forniture concordate e per cercare di ottenerne di aggiuntive. Dopo il blocco della produzione del Qatar, la scarsità fisica della materia di cui stanno già soffrendo Giappone, Corea del sud, Taiwan e India accresce infatti la concorrenza, facendo lievitare i prezzi internazionali, quello europeo compreso (il Ttf olandese è il benchmark). In più, l’erraticità del presidente americano fa sì che nemmeno le forniture americane di Gnl, che potrebbero essere aumentate e auspicabilmente lo saranno, si possano considerare del tutto prive di rischi o di imprevisti.
Per completare il quadro, va detto che si parla di incremento della produzione nazionale di gas. Potenzialmente si arriverebbe in pochi anni a un massimo di circa 5-6 miliardi di metri cubi rispetto ai 3 attuali, valore che rimane modesto rispetto al consumo totale e che richiederebbe comunque del tempo per attivare le nuove estrazioni. Resta il carbone, il cui possibile utilizzo viene prorogato dal recente “decreto bollette” fino al 2038, ben 13 anni dopo la scadenza iniziale prevista per il 2025. In base ai dati più recenti, se le quattro centrali a carbone italiane attualmente operative o in stand-by venissero riattivate – la “soglia carbone” è collocata a un prezzo del gas “stabilmente” al di sopra di 70 €/MWh – il loro contributo al mix elettrico nazionale sarebbe intorno all’11-15 per cento del fabbisogno totale, dieci volte il ruolo attuale. È forse questo dato che ha fatto dichiarare al ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica che attualmente il problema non sono le forniture, ma i prezzi. In ogni caso, con un ricorso al carbone si andrebbe indietro anziché avanti nella direzione della riduzione delle emissioni, rendendo complicato il taglio del 43 per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2005) previsto dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) per contribuire al target Ue “Fit for 55”.
Dal petrolio al gasolio
Per quanto riguarda il petrolio, nel 2024-2026 l’Italia lo ha importato principalmente dall’Africa (circa il 38-40 per cento del totale), con la Libia tornata a essere il primo fornitore. Un ruolo chiave hanno poi Nigeria, Azerbaigian, Kazakistan, Stati Uniti e Iraq, con una forte diversificazione geografica che ha ridotto la dipendenza dal Medio Oriente (Arabia saudita e Iraq) a causa delle tensioni nel Mar Rosso. Proprio per questo, il problema di sicurezza delle forniture parrebbe oggi più sentito per il gas, in un periodo in cui le esigenze di riscaldamento si riducono, ma comincia il tempo degli stoccaggi.
In realtà, a noi non serve tanto il petrolio greggio, ma i prodotti della sua raffinazione. E qui il discorso cambia e si fa assai meno roseo. Infatti, pur importando quasi tutto il greggio dall’estero, noi esportiamo prodotti raffinati come la benzina. Tuttavia, importiamo massicciamente gasolio (diesel), perché le nostre raffinerie non ne producono abbastanza per coprire la domanda interna: importiamo circa il 40-50 per cento di quello che consumiamo, principalmente dal Medio Oriente e dagli Usa. Al contrario, produciamo più benzina di quanta ne consumiamo, che infatti esportiamo verso gli Stati Uniti e altri paesi europei. Questa situazione si riflette già nei prezzi alla pompa, ma il timore crescente è il razionamento dei rifornimenti.
Di razionamento cominciano a parlare anche le compagnie aeree in quanto l’Italia importa una quota molto rilevante di jet fuel (cherosene per aviazione), poiché il consumo dei nostri scali aeroportuali supera spesso la capacità di produzione delle raffinerie nazionali. Oltre il 50 per cento dell’import di jet fuel arriva via nave dai grandi complessi di raffinazione del Golfo Persico che stanno negli Emirati Arabi Uniti, il nostro primo fornitore assoluto, Kuwait e Qatar e Arabia Saudita. Ecco dunque spiegato il viaggio-blitz pasquale della nostra presidente del Consiglio.
Possiamo concludere queste brevi considerazioni che riguardano l’immediato con una parola: incertezza. Incertezza anzitutto sulla durata della crisi, incertezza sull’entità delle ripercussioni sul sistema macroeconomico, e forse incertezza perfino sulla possibilità di mantenere invariate le nostre necessità e abitudini di spostamento e di mobilità.
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Professore ordinario di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University di New York. È Direttore della ricerca scientifica della Fondazione Eni Enrico Mattei, dopo essere stato in passato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici. È Fellow del Centre for Research on Geography, Resources, Environment, Energy & Networks (GREEN) dell’Università Luigi Bocconi e Visiting Fellow presso il King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC). È Review Editor del capitolo 4 (“Mitigation and development pathways in the near- to mid-term”), Sixth Assessment Report (AR6), IPCC WGIII, 2021. È stato fondatore e primo presidente dell’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali, è membro del comitato scientifico del Centro per un futuro sostenibile e della Fondazione Lombardia per l’Ambiente. È componente del comitato di redazione de lavoce.info.
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