Il Sud è cresciuto più del Centro-Nord ed è un dato positivo. Il quadro è però più complesso di quel che appare perché l’aumento del Pil non si è tradotto in un miglioramento dei redditi reali dei lavoratori dipendenti nelle regioni del Mezzogiorno.
Aumenta il Pil, scende il reddito dei lavoratori dipendenti
Dai recenti rapporti sulle economie regionali della Banca d’Italia (qui e qui) emerge un dato positivo: il Mezzogiorno cresce più del resto d’Italia. È una notizia importante, che va riconosciuta. Tuttavia, se si guarda non solo al Pil ma anche ai redditi da lavoro dipendente, il quadro diventa più problematico.
Negli ultimi anni la crescita reale del Pil è stata più alta al Sud che al Centro-Nord. Tra il 2019 e il 2024, il Pil reale del Mezzogiorno è cresciuto del 4,4 per cento, contro il 3 per cento del Centro-Nord. Ma nello stesso periodo i redditi reali da lavoro dipendente per occupato sono diminuiti molto di più al Sud: -7,8 per cento contro -3,8 per cento nel Centro-Nord. In altri termini, il Mezzogiorno è cresciuto di più, ma i lavoratori dipendenti hanno perso più potere d’acquisto.
Tabella 1 – Prodotto interno lordo e redditi da lavoro dipendente nominali e reali, variazioni percentuali 2019-2024.

L’apparente paradosso si spiega con il fatto che la massa salariale complessiva può aumentare perché cresce l’occupazione, anche se il salario reale medio per lavoratore diminuisce. In altri termini, lavorano più persone, ma ciascun lavoratore dipendente, in media, guadagna meno in termini reali rispetto al 2019. A questo si aggiungono il mancato rinnovo di alcuni contratti collettivi, il peso della pubblica amministrazione in alcune aree, il fiscal drag e, in diversi territori, una maggiore presenza di occupazione stagionale e flessibile, soprattutto nel turismo.
Il dato medio, però, nasconde situazioni molto eterogenee sia dentro il Mezzogiorno sia dentro il Centro-Nord. Se prendiamo due casi estremi, Lombardia e Calabria, la differenza è evidente. Tra il 2019 e il 2024 la prima registra una crescita del Pil reale del 6,9 per cento mentre la seconda cresce solo dello 0,3 per cento. Anche dal lato dei redditi reali da lavoro dipendente per occupato la distanza è forte: in Lombardia il calo è pari all’1,1 per cento, mentre in Calabria arriva all’8,7 per cento.
I motivi delle differenze tra Nord e Sud
Le ragioni per cui al Sud i redditi da lavoro dipendente calano di più che al Nord sono due. La prima è il paniere dei consumi. L’inflazione non è uguale per tutti. Le famiglie a reddito più basso spendono di più in beni primari: alimentari, energia, affitti, trasporti essenziali. Negli anni della fiammata inflazionistica questi prezzi sono cresciuti molto. Nel Mezzogiorno, dove i redditi medi sono inferiori e il peso dei beni necessari è maggiore, la perdita effettiva di potere d’acquisto è stata più pesante.
La seconda e più importante ragione è la struttura produttiva. Nel Sud pesa di più il terziario: commercio, turismo, servizi alla persona, pubblica amministrazione e attività a minore produttività media. Sono comparti nei quali la contrattazione collettiva ha recuperato con più lentezza lo shock inflazionistico. I rinnovi dei Ccnl sono arrivati tardi o hanno recuperato solo in parte l’aumento dei prezzi. Il settore pubblico conta in media di più al Sud e i contratti del pubblico impiego hanno perso molto potere d’acquisto nel corso degli anni. L’industria, dove produttività e forza contrattuale sono maggiori, pesa meno.
L’importanza della manifattura
Da una prima verifica empirica risulta infatti che le regioni in cui i redditi reali da lavoro dipendente diminuiscono di meno sono anche quelle con una maggiore presenza manifatturiera. Abbiamo calcolato l’indice di correlazione tra la variazione dei redditi reali da lavoro dipendente e la quota della manifattura sul valore aggiunto (figura 1). La correlazione risulta positiva (0,38) e statisticamente significativa, mettendo in evidenza che dove la manifattura pesa di più (ovvero generalmente al Centro-Nord), i redditi da lavoro dipendente hanno retto meglio.
Figura 1 – Relazione tra variazione di reddito da lavoro dipendente per occupato e quota di valore aggiunto nel manifatturiero.

In conclusione, il dato positivo della maggiore crescita del Mezzogiorno va letto con cautela. Il Sud è cresciuto più del Centro-Nord, ma la crescita non si è tradotta in un miglioramento dei redditi reali dei lavoratori dipendenti. Anzi, la perdita di potere d’acquisto è stata più forte proprio nel Mezzogiorno. La questione centrale, quindi, non è solo quanto cresce il Pil, ma chi beneficia della crescita.
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È professore ordinario di Economia dell'Università degli studi di Milano. Phd. in economia alla London School of Economics, è stato visiting scholar presso il Massachussetts Institute of Technology di Boston e l'Università di Berkeley. I suoi principali interessi scientifici riguardano l'economia del lavoro e in particolare temi legati a disoccupazione, disuguaglianza e redistribuzione. È stato, durante il governo guidato da Paolo Gentiloni, consigliere economico del presidente del Consiglio.
Giuseppe Migali è professore Associato di Scienza delle Finanze presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, affiliato dal 2007 presso la Lancaster University (UK) dove insegna regolarmente. Fondatore e organizzatore dell’International Workshop on Applied Economics of Education dal 2010. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’Economia dell’Istruzione (finanziamento universitario, valutazione delle politiche scolastiche, dropout) e l’Economia Pubblica (finanza locale) con particolare attenzione alle analisi empiriche e microeconometriche. Ha pubblicato su riviste internazionali di prestigio. Ha conseguito il PhD in Economics alla Warwick University (UK) e svolto periodi di ricerca alla University of Pennsylvania e alla Northwestern University.
Si è laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano. Ha conseguito il Master in Economics a Louvain-la-Neuve e il dottorato in Economia Politica all'Università Federico II di Napoli. E' stato Marie Curie post-doc fellow alla LSE. Si occupa di temi di economia pubblica e political economy con particolare riguardo alla finanza locale. Ha insegnato all'Università Cattolica di Milano e all'Università di Novara e Ferrara. E' professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest'ultima Università e research affiliate presso l'IEB dell'Università di Barcellona. Ha svolto e svolge attività di consulenza per vari enti pubblici. È stato membro del comitato direttivo della Siep (Società Italiana di Economia Pubblica) per il periodo 2015-2021. È redattore de lavoce.info. @leonziorizzo su Twitter.
Ricercatore RTT presso l'Università di Ferrara, ha conseguito il dottorato in Economia e Management dell’Innovazione e della Sostenibilità presso le Università di Ferrara e di Parma. Si è laureato in Economia all’Università Cattolica di Milano. Ha svolto attività di ricerca presso Polis Lombardia ed è stato borsista presso l’Ufficio Bilancio del Consiglio regionale della Lombardia. Si occupa di temi di economia pubblica e contabilità pubblica, con particolare riguardo alla finanza locale e all’associazionismo intercomunale.
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