Con il Ddl di assestamento del bilancio dello stato per il 2026, il governo ammette che negli ultimi anni il drenaggio fiscale ha accresciuto il prelievo reale sui redditi. Per le regole europee, ciò ha permesso la creazione di spazi fiscali aggiuntivi.
L’ammissione del governo
Con il disegno di legge di assestamento del bilancio dello stato per il 2026, attualmente all’esame della Camera, il governo getta la maschera: ammette che negli ultimi anni il drenaggio fiscale determinato dalla progressività dell’Irpef ha accresciuto il prelievo reale sui redditi, mentre gli interventi discrezionali di riduzione delle aliquote succedutisi nel corso degli anni non hanno ridotto la pressione fiscale, contrariamente a quanto finora sostenuto sul piano politico.
La Relazione tecnica al disegno di legge di assestamento evidenzia infatti proposte di incremento sia delle spese sia delle entrate del bilancio dello stato, entrambe per circa 9,3 miliardi di euro. Se è vero che le variazioni si compensano ai fini dell’indebitamento netto, lo stesso non vale per la dinamica della spesa primaria netta, che costituisce l’indicatore chiave per valutare la sostenibilità dei conti pubblici nazionali nell’ambito delle nuove regole di bilancio europee. Infatti, secondo la nuova governance europea, una parte di questi incrementi delle entrate non possono essere considerati ai fini del calcolo della spesa primaria netta in quanto derivano da variazioni cicliche dei redditi e non invece da interventi discrezionali decisi dal governo, sulle aliquote o sulla determinazione di basi immobili. Ne deriva un peggioramento dell’aggregato della spesa netta nel 2026 per 1,8 miliardi di euro, corrispondenti a un incremento di circa 0,2 punti percentuali sull’anno precedente. Ciò allontanerebbe la dinamica della spesa netta dal percorso-obiettivo indicato per il 2026 dal Piano strutturale di bilancio (+1,6 per cento) a fine 2024 e confermato nel Documento di finanza pubblica di aprile.
La scelta di non avere meccanismi di indicizzazione all’inflazione
Ed è qui che viene in aiuto il drenaggio fiscale, o meglio la sua mancata neutralizzazione. Come già discusso in un precedente articolo, la Commissione europea ha stabilito che, a partire dalle previsioni di autunno 2024, lo scenario di finanza pubblica a politiche invariate debba assumere come baseline un’indicizzazione integrale dell’imposta personale dei redditi al tasso di inflazione, indipendentemente dalle politiche concrete adottate dai singoli paesi membri (misure discrezionali, meccanismi automatici, sterilizzazione completa o parziale, e così via).
Ne deriva, pertanto, che la scelta di un paese di non adottare alcun meccanismo di indicizzazione – è il caso dell’Italia – viene riconosciuta dalla Commissione europea come una misura discrezionale di aumento delle entrate, equiparata, in sostanza, a un aumento esplicito delle aliquote medie, con la conseguente creazione di spazi fiscali aggiuntivi attraverso un rallentamento della dinamica della spesa primaria netta.
La Relazione tecnica al disegno di legge di assestamento fa propria, con entusiasmo, questa prospettiva. Evidenzia che la Commissione europea, nella Country Specific Recommendation per l’Italia del giugno scorso, ha attestato un tasso di variazione della spesa netta per il 2026 dell’1,4 per cento soltanto, inferiore quindi esattamente di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime del governo (e anche, retrospettivamente, una revisione dei tassi di variazione per il 2024 e 2025, al -2,1 per cento e +1,5 per cento rispettivamente, contro una stima del governo di -1,9 per cento e +1,9 per cento nel Dfp). La Relazione tecnica sottolinea che le differenze sono dovute principalmente proprio alla diversa metodologia di trattamento del drenaggio fiscale: la scelta del governo italiano di non indicizzare l’Irpef viene infatti considerata una misura discrezionale di aumento delle entrate che, come tale, consente di creare spazi fiscali aggiuntivi. Il risultato finale è che, una volta tenuto conto della mancata sterilizzazione del drenaggio fiscale, il peggioramento dell’aggregato della spesa primaria netta dovuto alle variazioni del disegno di legge di assestamento viene compensato e diventa ora compatibile con il limite di crescita per il 2026 previsto dal Psb (appunto, +1,6 per cento).
L’adesione all’approccio della Commissione ha fatto un po’ di chiarezza: è una dichiarazione di ammissione da parte del governo, da un lato, della rilevanza del fiscal drag e, dall’altro, del fatto che gli interventi discrezionali di riduzione delle aliquote dell’Irpef succedutisi negli anni scorsi non hanno certamente ridotto la pressione fiscale, contrariamente a quanto finora sostenuto nella comunicazione politica, visto che sono stati finanziati con un simmetrico incremento di pressione fiscale causato dall’agire indisturbato del drenaggio fiscale.
Insomma, il governo può scegliere di non introdurre espliciti meccanismi di indicizzazione dell’Irpef, ma non si può far passare il messaggio che gli interventi ex post di compensazione degli incrementi di prelievo in termini reali prodotti dall’inflazione siano sconti fiscali per i contribuenti.
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Si è laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano. Ha conseguito il Master in Economics a Louvain-la-Neuve e il dottorato in Economia Politica all'Università Federico II di Napoli. E' stato Marie Curie post-doc fellow alla LSE. Si occupa di temi di economia pubblica e political economy con particolare riguardo alla finanza locale. Ha insegnato all'Università Cattolica di Milano e all'Università di Novara e Ferrara. E' professore ordinario di Scienza delle Finanze presso quest'ultima Università e research affiliate presso l'IEB dell'Università di Barcellona. Ha svolto e svolge attività di consulenza per vari enti pubblici. È stato membro del comitato direttivo della Siep (Società Italiana di Economia Pubblica) per il periodo 2015-2021. È redattore de lavoce.info. @leonziorizzo su Twitter.
Professore ordinario di Scienza delle finanze nell'Università di Bologna. Attualmente è componente del -Comitato scientifico per le attività inerenti alla revisione della spesa pubblica istituito presso il MEF. Durante il 2022 è stato presidente della Commissione tecnica per i fabbisogni standard presso il MEF e tra il 2014 e il 2022 componente del Consiglio direttivo dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Nel passato ho fatto parte della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e della Commissione tecnica per la finanza pubblica presso il MEF.
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