Quanto ci costano le cattive abitudini

L’obesità, il fumo e la sedentarietà non sono solo un problema di salute pubblica. Sono una voce di bilancio, un aspetto che l’Italia continua a ignorare e che costa a ciascuno di noi più di quanto pensiamo. Una seria prevenzione è l’unica soluzione.

I numeri di oggi

Nel dibattito sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale c’è una domanda che raramente ci facciamo: quanto costa, in euro, il modo in cui gli italiani vivono? Non è una domanda moralistica. È una domanda di contabilità pubblica.

L’ultimo rapporto Istat sui fattori di rischio fotografa una situazione critica: il 46,4 per cento degli adulti italiani è in eccesso di peso, il 18,6 per cento fuma e oltre 8 milioni di persone hanno un comportamento di consumo di alcol a rischio. La sedentarietà, pur in calo, riguarda ancora il 30,8 per cento della popolazione, circa 18 milioni di persone dichiarano di non svolgere alcuna attività fisica nel tempo libero.

Non si tratta di dati isolati. Secondo il Piano nazionale della prevenzione 2020–2025, questi fattori, insieme al contesto socioeconomico di basso sviluppo, sono responsabili di circa il 60 per cento delle malattie croniche non trasmissibili: malattie cardiovascolari, tumori, diabete, patologie respiratorie. In economia si direbbe che si tratta di esternalità negative: comportamenti individuali il cui costo reale ricade sulla collettività in un sistema sanitario pubblico universale e non apporta alcun beneficio.

Il peso fiscale invisibile

La conversione di stili di vita in costi sanitari è metodologicamente complessa, ma la letteratura internazionale offre ordini di grandezza precisi. I costi totali dell’obesità in Italia ammontano a circa 13,3 miliardi di euro (dato 2020, European Health Interview Survey), pari allo 0,8 per cento del Pil nazionale, di cui il 59 per cento costituito da costi diretti per il Ssn. Il fumo fa anche peggio: il costo sociale per la collettività supera i 26 miliardi di euro all’anno, equivalente all’impatto economico di una piccola manovra finanziaria. I dati Ocse mostrano che la gestione sanitaria delle patologie associate a sovrappeso e obesità rappresenta circa il 9 per cento della spesa sanitaria italiana e riduce il Pil del 2,8 per cento. Tradotto in termini individuali, ogni cittadino paga circa 289 euro l’anno di tasse aggiuntive per coprire i costi sanitari legati a obesità e sovrappeso. Una tassa occulta che non compare in nessun bollettino fiscale. Secondo le stime presentate dall’Osservatorio sull’economia della salute pubblica, solo con azioni di contrasto a fumo, alcol, sedentarietà e cattiva alimentazione si potrebbe risparmiare oltre un miliardo di euro l’anno in costi sanitari diretti, paragonabile alla cifra che il governo ha stanziato per l’intera riforma delle Case della comunità.

Il paradosso della prevenzione: un mercato che non funziona

In economia, si parla di “fallimento di mercato” quando i prezzi non riflettono i veri costi sociali di un bene o servizio. Il mercato della prevenzione ne è un esempio: una sigaretta costa al consumatore molto meno di quanto costa alla collettività in termini di cure oncologiche, pensioni di invalidità, giorni lavorativi persi. La stessa logica vale per le bevande zuccherate, per l’alcol a basso costo, per l’assenza di infrastrutture per la mobilità attiva nelle aree periferiche.

Il problema non è che l’Italia ignora questi dati. Li conosce bene. Il problema è che li usa quasi esclusivamente per campagne di comunicazione senza mai stimolare le politiche fiscali e regolatorie che potrebbero incidere davvero sui comportamenti. Le tasse comportamentali su tabacco, bevande zuccherate e alcol sono da decenni al centro della ricerca in economia sanitaria. I risultati mostrano come l’elasticità della domanda al prezzo non sia uniforme e, in alcuni contesti, possa risultare limitata, riducendo l’efficacia di tali misure nel modificare in modo significativo i comportamenti. Tuttavia, l’evidenza empirica suggerisce che aumenti mirati del prezzo tendono a ridurre i consumi, in particolare tra i giovani e nelle fasce di reddito più basse. Il paradosso è che l’Italia ha approvato una norma che prevede la tassazione delle bevande zuccherate, ma ne ha rinviato l’applicazione sei volte senza mai discutere come renderla efficace davvero per migliorare la salute.

Un investimento, non un costo

C’è un ultimo elemento che il dibattito pubblico tende a trascurare. La sedentarietà colpisce quasi il 50 per cento degli adulti con basso titolo di studio, contro percentuali ben più basse tra i laureati. L’eccesso di peso è più diffuso al Sud che al Nord (49,3 contro 42,7 per cento). Il fumo è inversamente correlato al reddito. Questi comportamenti non sono solo il frutto di scelte individuali, ma ricadono su una collettività miope, che porta le tematiche a degenerare. In economia comportamentale si parla di architettura delle scelte: le decisioni delle persone sono fortemente condizionate dall’ambiente in cui vivono, dai prezzi relativi, dalla disponibilità di alternative. La mancanza di attenzione verso questi aspetti scarica sul sistema sanitario pubblico i costi di disuguaglianze che hanno radici strutturali.

Non esistono soluzioni indolori, ma alcune hanno un buon rapporto costo-beneficio. 

Per esempio, si dovrebbe applicare finalmente la sugar tax già prevista dalla legge, destinando il gettito a programmi di attività fisica nelle scuole e a sussidi per l’acquisto di frutta e verdura nelle fasce di reddito basso.

Al tempo stesso, si potrebbero introdurre incentivi fiscali strutturati per le aziende che investono nel benessere dei dipendenti (prevenzione, attività fisica, screening): oggi esistono in forma embrionale, ma non abbastanza sistematizzata da spostare comportamenti su larga scala.

Quanto alla spesa in prevenzione, dovrebbe essere portata dall’attuale 4 per cento ad almeno il 6 per cento del Fondo sanitario nazionale, in linea con le raccomandazioni dell’Oms e con la media dei paesi che hanno già invertito la tendenza all’aumento delle malattie croniche.

Nessuna di queste misure elimina la libertà di scelta individuale. Tutte e tre spostano i prezzi relativi e l’architettura delle scelte in modo da rendere più costoso scaricare sul pubblico il conto delle cattive abitudini. 

Non è un problema che si risolve con le campagne di sensibilizzazione di fine estate. Si risolve riconoscendo che la prevenzione è un investimento con un rendimento misurabile e non una spesa discrezionale da tagliare in manovra. Ogni euro non investito oggi in prevenzione tende a tornare, moltiplicato, sotto forma di spesa ospedaliera, perdita di produttività e disuguaglianza sanitaria. 

Finché questa aritmetica resterà fuori dai documenti di programmazione economica il dibattito sulla salute continuerà a essere fatto di allarmi e annunci, senza mai affrontare la radice del problema.

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Il Punto

  1. francescomario

    Condivido le considerazioni su sigarette,zucchero,alcool ed io aggiungerei i grassi saturi.L”inzroduzione della tassazione di scopo è necessaria per contenere la spesa sanitaria e per migliorare gli stili di vita.I consumi e l ementari errati colpiscono on prevalenza, tranne per gli i alcolici, la popolazione con livelli bassi sia di reddito sia di i struzione

  2. Si potrebbe considerare l’apporto della mobilità attiva negli spostamenti casa lavoro dei dipendenti pubblici e privati. Questa mobilità, se fosse incentivata evitando procedure troppo complesse e rigide , potrebbe contribuire alla prevenzione e rientrare in un calcolo di riduzione delle esternalità generate dagli spostamenti e l’incremento di produttività dei lavoratori (come documentato da ricerche svolte in paesi europei). In Italia, purtroppo vi sono sostanziali barriere normative che separano il settore pubblico da quello privato.

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