I numeri del programma Gol sembrano molto positivi. Per definirlo un successo serve però un esame qualitativo indipendente dei risultati, superando la riluttanza tutta italiana a sottoporre le politiche attive del lavoro a valutazioni scientifiche rigorose.

Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.

Una verifica da fare

Nel calcio moderno, l’introduzione del Var ha cambiato le regole del gioco: ogni volta che si segna un gol in situazioni dubbie o contestate, l’arbitro va a verificare la validità dell’azione per scovare falli o fuorigioco che potrebbero invalidarlo. Fuor di metafora, un’operazione di verifica identica servirebbe oggi per il programma Gol-Garanzia occupabilità lavoratori, il più ambizioso piano di riqualificazione e ricollocazione professionale nella storia recente del mercato del lavoro italiano.

Se guardiamo i target quantitativi concordati con la Commissione europea, il programma sembrerebbe un successo straordinario. I dati di monitoraggio forniti dallo stesso ministero del Lavoro, aggiornati al 31 marzo 2026, parlano chiaro.

Figura 1

Questi numeri, però, descrivono un monitoraggio prevalentemente amministrativo, senza un’analisi approfondita non è possibile dire se il programma Gol sia stato davvero efficace nel riqualificare o ricollocare i soggetti presi in carico.

La necessità dell’approccio controfattuale

Il successo occupazionale osservato potrebbe dipendere da molteplici fattori esterni al programma. Nelle regioni del Nord Italia, caratterizzate da un mercato del lavoro storicamente dinamico e con una forte capacità di assorbimento, è plausibile ipotizzare che una parte dei beneficiari avrebbe trovato un impiego anche senza quell’intervento, riducendone quindi l’effettiva incidenza. Al contrario, nelle regioni del Sud, dove i tassi di occupazione sono strutturalmente più bassi, anche un numero limitato di inserimenti lavorativi attribuibili al programma Gol potrebbe rappresentare il risultato di una politica in grado di aumentare significativamente le opportunità occupazionali in un contesto particolarmente sfavorevole.

Per risolvere questo “dilemma” è necessario ricorrere a uno strumento scientifico rigoroso, mutuato dall’ambito sanitario e utilizzato da decenni nella valutazione delle politiche pubbliche: l’analisi controfattuale. Attraverso tecniche statistiche avanzate, consente di stimare, nei limiti delle informazioni disponibili, l’impatto effettivo dell’intervento sui principali indicatori di successo, quali l’acquisizione di competenze specifiche e, soprattutto, l’inserimento occupazionale, distinguendolo dalle dinamiche spontanee del mercato del lavoro. L’obiettivo della valutazione, in questo caso, è comprendere quanto il programma Gol sia stato realmente efficace e verificare se sia opportuno replicarlo in futuro, modificarne alcuni aspetti o ripensarne l’impianto complessivo.

Difficoltà specifiche nella valutazione del programma

L’applicazione del metodo controfattuale alla valutazione del programma Gol propone tuttavia una sfida inedita rispetto a esperienze precedenti, come quella di Garanzia giovani. La portata estremamente ampia e inclusiva del programma rende infatti molto difficile individuare un adeguato gruppo di controllo, ossia un insieme di persone con caratteristiche comparabili a quelle dei beneficiari ma non coinvolte nell’intervento. Come ha osservato Lucia Valente in un contributo pubblicato su lavoce.info, nel tentativo di raggiungere i target e gli obiettivi fissati dalla Commissione europea per l’Italia, gli operatori dei servizi pubblici per l’impiego hanno finito per prendere in carico pressoché tutti gli utenti che vi si sono rivolti.

Di conseguenza, per impostare un’analisi quantitativa seria, i valutatori dovranno operare all’interno dello stesso bacino dei presi in carico, confrontando due macro-gruppi: i partecipanti a Gol che hanno ricevuto unicamente l’assessment e l’orientamento di base, senza accedere ad ulteriori misure; e coloro che hanno beneficiato di interventi strutturali e complessi, come la formazione (generica o sulle competenze digitali), l’orientamento specialistico o l’accompagnamento al lavoro.

Oltre alle difficoltà legate all’individuazione del campione di analisi, la valutazione d’impatto presenta un secondo limite strutturale: il fattore temporale. Per sua natura, infatti, una valutazione rigorosa può essere effettuata solo a distanza di tempo dalla conclusione degli interventi. Per misurare la stabilità e la qualità di un esito occupazionale sono generalmente necessari almeno 24 mesi dall’erogazione del servizio. Di conseguenza, allo stato attuale è possibile valutare soltanto i percorsi conclusi entro il 2023 o, al più, nei primi mesi del 2024.

A ciò si aggiunge un problema di trasparenza e di terzietà. In Italia, infatti, l’ente valutatore è vigilato o controllato dallo stesso soggetto che ha attuato la misura, un “corto-circuito” che mina l’indipendenza dell’analisi. L’asimmetria riduce la trasparenza e si traduce in un monopolio dei dati amministrativi, precludendo alla comunità scientifica la possibilità di replicare le analisi.

Infine, l’approccio quantitativo, da solo, non è sufficiente. Deve essere affiancato da una solida analisi qualitativa, basata su interviste approfondite ai principali stakeholder coinvolti (agenzie per il lavoro, referenti regionali, operatori dei centri per l’impiego, enti di formazione e altri soggetti attuatori). Solo attraverso questa integrazione è possibile comprendere le criticità emerse nella fase di assessment, valutare l’effettiva qualità dei percorsi formativi somministrati (digitali e specialistici) e individuare eventuali problemi nell’erogazione dei servizi di orientamento specialistico e di accompagnamento al lavoro.

La resistenza alla valutazione: un vizio tutto italiano

La storia delle politiche del lavoro in Italia mostra come il percorso verso una piena trasparenza valutativa sia spesso complesso. Indipendentemente dall’orientamento politico dei governi, vi è stata una certa riluttanza a sottoporre le politiche attive del lavoro a valutazioni scientifiche rigorose, soprattutto quando vi è il rischio che i risultati evidenzino criticità o inefficienze e possano essere utilizzati come strumento di scontro politico. Le resistenze, tuttavia, non provengono solo dalla politica ma anche dalle stesse tecnostrutture che, per tutelarsi da potenziali critiche, ostacolano la realizzazione delle indagini limitando la condivisione dei dati. A differenza del contesto anglosassone, dove la valutazione dell’impatto pubblico è un indicatore di performance che incide direttamente sulle carriere dei funzionari, in Italia l’obiettivo di un piano valutativo ha un fine puramente costruttivo, volto a comprendere cosa abbia funzionato e cosa no, per migliorare gli strumenti futuri.

Va tuttavia considerato, come evidenziato in un recente rapporto dedicato al programma Garanzia giovani, che la valutazione dei programmi finanziati da risorse comunitarie è obbligatoria, quindi prima o poi arriverà un quadro valutativo sullo strumento. Inoltre, qualcosa in questo senso si sta muovendo grazie a iniziative sperimentali come il programma “Visit Pnrr-Lavoro“, che permette a ricercatori selezionati di condurre analisi in itinere e a posteriori sul Pnrr. Tuttavia, le attività preliminari non sono paragonabili a un piano valutativo strutturato come alcune ricerche condotte dall’Inapp, che dispone di ingenti risorse e team di ricerca quali-quantitative.

L’auspicio rimane quindi che “l’esame del Var” istituzionale arrivi il prima possibile, perché senza una valutazione controfattuale indipendente rischiamo di celebrare un successo apparente, nascondendo sotto il tappeto errori strutturali che finiremo inevitabilmente per pagare in futuro.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!